Giacimenti petroliferi e decrescita territoriale in Basilicata, la tesi della neo dottoressa Lofiego

 

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“Le compagnie petrolifere hanno studiato bene le viscere della nostra piccola regione. I loro affari si possono fare qui. Hanno carta bianca. Pochi vincoli da rispettare, guadagni molto elevati e pochi soldi da pagare alle comunità. Un paradiso per i petrolieri.

 Ma la Basilicata non è solo questo. Il nostro petrolio è la cultura, la gente, le tradizioni vere che si tramandano da padre in figlio, a nipote. Bisogna investire su questo. È necessario creare nuove condizioni di crescita basata sulle vocazioni territoriali, sulla cura del territorio, incamminarsi nella direzione di uno sviluppo sostenibile, riaccendere le nostre terre attraverso l'agroalimentare, l'artigianato, il turismo”.

Ha le idee chiare Maddalena Lofiego, giovane ferrandinese neo laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università di Siena.

Nella sua tesi dal titolo “I giacimenti petroliferi e la decrescita territoriale in Basilicata” ha affrontato un tema quanto mai attuale con l’obiettivo, spiega, “di far emergere con cruda e nuda trasparenza le sorti alle quali si sta andando incontro con questo modello di “crescita” distorsiva, dove la verità viene spesso contraffatta, far conoscere l'importanza di un tema così attuale, che ci riguarda da vicino, e l'impatto che una questione di dimensioni così estese ha provocato nella popolazione, troppo spesso disinformata su quanto accade sotto i loro piedi”.

“Per anni emarginata dagli investimenti, - continua - la Basilicata ha visto crescere le prospettive di sviluppo quando le ricerche geologiche hanno individuato zone ricche del cosiddetto “oro nero”. La Lucania ospita il giacimento petrolifero più grande dell'Europa continentale ed è dunque chiaro che si prospetti una situazione complessa dove gli interessi che entrano in gioco sono molteplici e spesso conflittuali”.

Su queste premesse la dottoressa Lofiego ha “focalizzato l'attenzione sulla fonte petrolio, dal suo sfruttamento, dai problemi che ne derivano, primo fra tutti del fatto che si tratti di una fonte non rinnovabile, quindi destinata prima o poi a esaurirsi.

Passando ai rischi che ne derivano dalla prima fase di trivellamento dalle contaminazioni che potrebbero subire le falde idriche (durante il processo di trivellamento sono impiegati dei fanghi e fluidi perforanti, che semplificano il processo di estrazione, contenenti sostanze tossiche e metalli pesanti) agli squilibri del sottosuolo che potrebbero causare dissestamenti e andare a trasformarsi in scosse sismiche, arrivando alle emissioni maleodoranti dovute a composti solforati, o ancora alle perdite consistenti di petrolio che si riversano sul terreno, sui fondi agricoli, nei bacini naturali per la raccolta delle acque piovane utilizzate poi per l'irrigazione dei campi”.

E, se tutto ciò ancora non bastasse, “nonostante le trivelle abbiano ingoiato buona parte del territorio lucano, nonostante le promesse di progresso e sviluppo, un quarto dei lucani vive in povertà. Assistiamo a una pesante occupazione del nostro territorio da parte delle multinazionali petrolifere che, nel nome di quello che loro chiamano progresso, ma che in realtà è solo il loro profitto, saccheggiano indisturbati le nostre colline, avvelenano l'acqua, l'aria”.

In sostanza, un tornaconto è del tutto assente, anzi: “Scarsi sono stati i benefici e le ricadute prodotte sul territorio. I territori interessati dalla coltivazione di petrolio subiscono danni enormi e a lungo resistenti. I giacimenti attivi disturbano gli altri settori dell'economia, indebolendoli, rendendoli meno attraenti. Viene depotenziato il valore economico del paesaggio, della qualità degli alimenti, della qualità dell'aria.

La petrolizzazione ha danneggiato il territorio non solo sul piano ambientale e paesaggistico, ma pure su quello sanitario, identitario e della coesione. La terra per i Lucani è un elemento di identificazione culturale e sociale. Esiste un danno percepito di gran lunga superiore a quello certificato.

C'è stata più attenzione per le economie che sarebbero derivate dall'indotto che attenzione al territorio. Disuguaglianze eccessive, sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, occupazione del territorio”.

Lofiego ha cercato di far chiarezza su quelli che sono gli aspetti più intimi del problema: “Partendo da un'analisi costi-benefici, appare chiaro che, nel caso in questione, i conti non tornano. Basti pensare a quanto l'inquinamento sistematico e il rischio di incidente mettano in pericolo aree di pregio naturalistico e paesaggistico dove si svolgono attività legate ai settori del turismo e dell'agricoltura. È doveroso domandarsi se sia lecito parlare di sviluppo quando esso deriva dallo sfruttamento di risorse naturali che colpiscono, e a volte distruggono, l'ambiente naturale.

Oltre 15 anni di attività petrolifera in Val d'Agri hanno avuto un gran numero di incidenti e, al contrario di quanto si potesse pensare, non si sono avute le ricadute, in termini di occupazione, sviluppo, crescita, che si sperava di raggiungere. La situazione che ci si prospetta dinanzi è una condizione di decrescita del territorio. L'agricoltura si ammala e regredisce, il turismo non decolla, i giovani fuggono, la disoccupazione dilaga. Come si fa a chiamare tutto questo sviluppo?”.

L’alternativa a tutto ciò, secondo Maddalena Lofiego, è investire in un modello di sviluppo costruito sulla cultura - cultura come ricerca di un nuovo modo di essere comunità, in armonia con lo spazio entro il quale si opera – proprio come è accaduto per Matera, designata Capitale Europea della cultura per il 2019: “Matera è riuscita a risollevarsi, da vergogna nazionale a prima città del Sud Italia a essere nominata Patrimonio dell'Umanità.  È necessario che si creino nuove condizioni di crescita coniugando conservazione e sviluppo, tutela e valorizzazione. Investire sul nostro futuro. Invogliare le energie alternative. Ne guadagneremmo tutti per amore del territorio, per la salute delle persone e per regalare alle prossime generazioni un territorio che sia almeno migliore di quello che abbiamo trovato noi”.

Fortemente ancorata alla propria “lucanità” (“Ci ritorno sempre volentieri, qui c'è il mio cuore, le mie tradizioni, la mia gente, i miei sapori, i miei scenari che restano addosso perché sono la mia identità”), la neo dottoressa non esclude la possibilità di concludere gli studi all'estero, con un corso di Scienze dell'Amministrazione: “Vorrei essere bersaglio di nuovi stimoli, mettermi alla prova. Avere magari l'occasione per imparare a convivere con culture diverse, vivere in un contesto diverso da quello a cui sono abituata, la vedrei come un'opportunità di crescita personale”.

Il suo sogno, però, rimane quello di ritornare con il nuovo bagaglio di competenze e “cercare di portare un miglioramento per la mia Basilicata”.

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