"Eileen", nell'esordio di Ottessa Moshfegh una ventiquattrenne dalla vita spenta e grigia

 

eileen

“(…) Odiavo farmi la doccia, soprattutto in inverno, perché l’acqua calda andava e veniva. Mi piaceva crogiolarmi nel mio sporco finché riuscivo a tollerarlo. Non so esattamente perché lo facessi. Di sicuro sembra un modo un po’ stupido di ribellarsi, e in più mi metteva costantemente in ansia perché temevo che gli altri annusassero il mio corpo e mi giudicassero per il suo odore: disgustoso. Anche mio padre lo diceva: puzzavo come l’inferno. Infilai i vecchi vestiti della domenica di mia madre: pantaloni grigi, maglione nero, parka di lana con il cappuccio. (…)”.

In Eileen c’è un livore estremo, tanta rabbia repressa, infelicità: Eileen è una giovane donna che ha dentro di sé un mucchio di sentimenti negativi. Siamo negli anni Sessanta, nel Massachusetts. La ventiquattrenne vive con un padre alcolizzato in una casa fatiscente, sporca, nella quale polvere e formiche sono ovunque. Lavora come segretaria in un riformatorio per ragazzi difficili – la maggior parte ha commesso crimini o violenze -, accanto a colleghe acide e guardie manesche – una, in particolare, le fa battere il cuore anche se non c’è alcun interesse da parte dell’uomo. Quando è in ufficio, la ragazza – che indossa solo abiti della madre scomparsa - si preoccupa di seguire le regole e farle seguire, guai se qualcuno le rimproverasse qualcosa. La noia pervade le sue giornate, insieme alla più totale mancanza di igiene e buon senso – Eileen ha conservato in auto un topo morto.

La notte sogna di fuggire a New York, proprio lei che non ha mai indossato minigonne né ha mai ascoltato i Beatles.

E’ la nuova direttrice del carcere minorile Rebecca Saint John, con i suoi occhi azzurri, il suo stile impeccabile, la sua aria intrigante, così diversa da Eileen, a trascinarla nella vita, con tutti i suoi risvolti.

Se non ci fosse stata Rebecca, probabilmente Eileen avrebbe passato il tempo giurando a Dio che sarebbe cambiata, sarebbe diventata una vera signora, avrebbe tenuto un diario, sarebbe andata in chiesa, avrebbe pregato, indossato vestiti puliti, scelto amiche carine, avrebbe fatto coppia fissa con un bravo ragazzo, si sarebbe occupata del bucato.

Eileen (Mondadori, traduzione di Gioia Guerzoni), il romanzo d’esordio di Ottessa Moshfegh, è calato in una realtà grigia, scritto con uno stile cupo che riflette la pesantezza della trama. L’io narrante è Eileen che, ormai settantenne, ricorda gli ultimi giorni trascorsi nella sua città prima della fuga a New York.

La Moshfegh è nata a Boston. Ha pubblicato una novella, McGlue, che ha vinto il Fence Modern Prize e il Believer Book Award. Suoi racconti sono apparsi sulla "Paris Review", sul "New Yorker" e su "Granta". Con Eileen, il suo primo romanzo, ha vinto il PEN/Hemingway Award per l'opera prima ed è stata finalista del National Book Critics Circle Award e del Man Booker Prize.

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