"Vita, io ti aspetto", maternità e amore nel nuovo libro della giornalista Laura Avalle

 

avalle“C’è sempre una via d’uscita, la soluzione giusta a ogni problema, ma se sei guidata da buone intenzioni, se ti impegni a fondo e con costanza per raggiungere i tuoi obiettivi e rimani fedele a te stessa, la fortuna ti sorriderà. Sarà meno complicato capire la strada da prendere, ogni volta che arriverai a un bivio. Dovrai solo seguire il cuore, l’istinto e quella vocina interiore che abbiamo tutti e a cui, spesso, non prestiamo attenzione. Solo che la strada migliore, tienine conto, non sempre è la più facile, a volte è un sentiero irto e tortuoso che costa fatica, energie e tempo. Ti metterà a dura prova, ma sarà anche quella che ti darà le soddisfazioni più grandi. Scorciatoie non ce ne sono e ad ogni modo, nella maggior parte dei casi, rischierebbero di portarti fuori pista. Sei vuoi qualcosa, armati di volontà e sii pronta ad affrontare le sfide che arriveranno. E sii umile. Anche quando raggiungerai la vetta. Tieni sempre i piedi ben piantati a terra, perché imparerai presto che ogni punto di arrivo, in realtà, non è che un nuovo punto di partenza. Che niente è eterno, tutto è in movimento e che la vita è un continuo cambiamento”.

Queste parole la giornalista Laura Avalle le sussurrava alla figlia Deva, quando era ancora nella pancia.

Vita, io ti aspetto. L’amore raccontato a una bambina che sta per nascere (Giuliano Ladolfi Editore, collana Primo Piano), il nuovo libro della Avalle è, prima di tutto, una lunga dichiarazione d’amore verso Deva - la piccola che ha ispirato un testo intenso, scritto con il cuore, che ha in sé riflessi di vita vissuta - e Davide – marito e padre modello. Come scrive nella prefazione Laura Bozzi, non è un trattato sulla maternità “ma il racconto sincero, commovente, di una neo mamma alle prese con tutti i dubbi, le scoperte, le gioie legate alla nascita di un figlio”.

Con una spontaneità disarmante, la Avalle ha ripercorso i giorni della sua gravidanza fin dai primi momenti, lasciando spazio a un flusso di coscienza in cui riaffiorano i ricordi del passato – il brutto incidente nel quale rimase coinvolta da ragazzina e che poteva avere conseguenze tragiche, il calore della famiglia, i viaggi mozzafiato -, si fanno spazio speranze e proiezioni future e, soprattutto, ci si immerge in un presente tutto dedicato all’attesa, tra un pancione che non la smette di lievitare, i primi timidi calcetti, le ecografie, i controlli di routine, i piccoli fastidi e le grandi incognite.

Sullo sfondo in cui predomina la tenerezza delle prime interazioni tra mamma e figlia, c’è una singolare storia d’amore in cui, riprendendo una citazione illustre, “galeotto fu il libro”. Infatti, dal primo romanzo di Laura Avalle, Le altre me (La Lepre Edizioni), pubblicato due anni fa, a un contatto su Facebook è seguito l’invito da parte del futuro marito dell’autrice a presentarlo nella sua città. Poi, il colpo di fulmine, inatteso e dolcissimo: “(…) Mai e poi mai mi sarei immaginata, in quell’occasione, di trovarmi di fronte all’uomo della mia vita, ma le cose avvengono per gradi, bimba mia: per fare il vino l’uva deve essere matura.

Così l’amore, che non va confuso con l’attrazione o l’innamoramento ed è un qualcosa che va ben al di là di tutte quelle cose che dicono di lui: farfalle nello stomaco, forte palpitazione, sudore alle mani. L’amore è riconoscersi e per questo ci vuole tempo, anche se poi tutto succede in una frazione di secondo, un attimo unico e speciale in cui, a un certo punto ti rendi conto, occhi negli occhi, che è quella la persona a te destinata. Quella e nessun’altra. Succederà anche a te piccolina e io ci sarò. Sarò sempre al tuo fianco, anche quando scambierai per amore quello che non ha nulla a che vedere con l’amore vero, che purtroppo non ti posso insegnare, ma che dovrai capire da sola, semplicemente, vivendo. Passando attraverso inevitabili delusioni, pianti, esperienze che ti faranno soffrire, ma che, allo stesso modo, ti rafforzeranno: ti aiuteranno a capire chi sei, cosa vuoi e soprattutto cosa non vuoi. Ma ricordatelo sempre: tu meriti”.

Rispetto ed empatia sono due parole preziose, concetti complementari, da non dimenticare mai nei rapporti con gli altri. La Avalle mette a nudo le sue emozioni, dando voce a quelle di ogni mamma in attesa. Vita, io ti aspetto è un diario di bordo su quelli che dovrebbero essere i nove mesi più belli per una donna ma è anche una raccolta di confidenze di una mamma – c’è spazio anche per un’inedita Avalle in versione poetessa e per una lettera del papà - a sua figlia.

Ilmiotg ha intervistato l’autrice.

Prendendo spunto dal titolo del suo libro, come si fa a raccontare l’amore a una bambina che sta per nascere?

«Aprendo il proprio cuore e lasciando che sia lui a parlare per noi. Senza aggiungere né togliere niente, ma utilizzando concetti chiari, semplici, veri: in fondo, come canta anche Tiziano Ferro, l’amore è una cosa semplice».

Quanto è cambiata dopo essere diventata mamma, questa esperienza così bella che descrive in Vita, io ti aspetto?

«La mia vita è cambiata il momento stesso in cui ho letto il risultato del test di gravidanza, che non lasciava adito a dubbi: “incinta”. In quell’istante mi sono scoperta madre. Io che, fino a un attimo prima, sono stata solo figlia. Un cambiamento che si rinnova di giorno in giorno e che segue, di pari passo, la crescita di Deva: il primo sorriso, i suoi primi gorgheggi. Sta conoscendo il mondo, lei che per nove lunghi mesi è stata nella mia pancia e ogni sua piccola-grande scoperta è una riscoperta anche per me, che attraverso i suoi occhi rivivo la gioia e la stupore delle prime volte».

Nel libro, rivolgendosi a sua figlia, lei non si preoccupa di edulcorare la realtà, come spesso molti fanno, ma mette in guardia sulle eventuali insidie dell’amore, delle relazioni affettive. Meglio essere sinceri correndo il rischio di sembrare bruschi, anziché offrire una visione sdolcinata ma lontana dalla realtà?

«Una madre, così come un padre, cerca sempre di difendere i propri figli. E’ una sorta di istinto primordiale che hanno anche gli animali nei confronti dei loro cuccioli. In questo libro io ho cercato di trasmettere a mia figlia Deva l’amore per la vita, il dono più grande che ci hanno dato i nostri genitori, ma allo stesso tempo ho voluto metterla in guardia, perché la vita può anche farci male. Perciò è necessario conoscere tutte le sue sfumature, pur sapendo che la sofferenza è l’altra faccia della gioia. Non a caso, proprio su questo delicato equilibrio degli opposti, si gioca tutta la nostra esistenza. Un po’ come la metafora del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: è il nostro punto di vista a cambiare la percezione delle cose. E la felicità, prima ancora di essere un diritto di tutti, è una scelta».

La storia d’amore con suo marito, dal modo in cui è iniziata fino al matrimonio e alla nascita di Deva, sembra una favola. Possiamo considerarlo un invito a non smettere mai di sognare?

«Certo che sì! Mai smettere di sognare, perché la vita ti sorprende proprio quando meno te l’aspetti».

Lei scrive: “Questo non è un Paese per donne, bimba mia. Te ne accorgerai, anche se spero tanto che, quando tu sarai grande, le cose saranno ormai cambiate. È difficile coniugare professione e famiglia, in mancanza di soluzioni facilmente realizzabili (…)”. Secondo lei, cosa sarebbe necessario per tutelare maggiormente le lavoratrici che desiderano anche essere madri?

 «Vorrei rispondere citando testualmente le parole di mio marito, Davide Sordella, che sul tema è già intervenuto in altre sedi. Di seguito il suo pensiero, che rispecchia in toto anche il mio: “Il diritto di una donna a poter essere mamma ed allo stesso tempo conciliare la propria carriera è un principio presente sulla Carta italiana ed in molte leggi, ma non così effettivo nella pratica. La maternità delle donne è ancora vista dalle aziende come un gap non solo per il costo economico. Da un lato molti privati hanno ancora in tal senso delle vere e proprie barriere culturali, altri approfittano in modo indebito delle misure pubbliche, ma non può essere sostenibile scaricare sulle aziende tale “responsabilità” in senso lato. Dobbiamo infatti passare dal considerarlo un costo che aggrava la competitività delle imprese, ad un investimento fondamentale per la società intera che se ne deve far carico a livello collettivo, proprio perché la scarsa natalità ci sta anche rendendo meno competitivi e con maggiori costi sociali. Per questo motivo quello delle maternità in un'azienda non dovrebbe essere considerato un “costo” aggiuntivo imprevisto, ma essere parte integrante obbligatoria di un qualsiasi piano industriale. Deve diventare un investimento e non un costo, perché il benessere e la serenità personale, nonché le certezze nel programmare la propria vita, aiutano la fedeltà all'azienda e il clima produttivo. Oltre a questo aspetto c'è ancora molto da fare a livello di parità di rappresentatività, parità di retribuzione, parità di doveri (come avviene in molti Paesi con il congedo parentale maschile obbligatorio), sintetizzando estendere il concetto di parità di genere alla parità di merito e di opportunità. Dobbiamo quindi essere in grado di ragionare non in un'ottica assistenzialista, ma partendo dall'assunto fondamentale che una società migliore per le donne equivale a una società migliore per tutti. Senza dimenticare che questo renderebbe il nostro Paese non solo più giusto, ma anche più competitivo”».  

Il nome di sua figlia, Deva, è composto da due consonanti e due vocali, prese dal suo cognome e da quello di suo marito.  Nel libro ripercorre anche la battaglia per dare a sua figlia il doppio cognome. Come mai questa attenzione nei confronti dei cognomi?

«Non è l’avere due cognomi, quello del padre e quello della madre, che dovrebbe fare notizia: chiamasi parità di diritti, quanto il fatto che, ad oggi, la legge sul tema è ancora ferma in Senato, forte del retaggio di una concezione patriarcale della famiglia ancora molto radicata in Italia e difficile a estirpare, a differenza di altri Paesi europei».

Lei è diventata mamma da poco più di due mesi ed è in forma smagliante. Qual è il suo segreto?

«Ho la fortuna e l’immenso onore di dirigere da anni Vero Salute, rivista di salute e benessere, settore fra l’altro che seguo da sempre come giornalista e in cui sono specializzata. In altre parole, faccio miei i consigli dei nostri medici esperti per quanto riguarda l’alimentazione, l’attività fisica e uno stile di vita sano. E questo mi ha aiutata, dopo la gravidanza, non solo a rimettermi in forma, ma a stare bene anche di testa, che è molto importante, come sottolineavano già i latini con il famoso detto: “mens sana in corpore sano”».  

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