Donne si … donne no …

Mara_CarfagnaChe la presenza delle donne in tutti i contesti sociali sia importantissima ed irrinunciabile è cosa ovvia, oltre che naturale; non altrettanto, però, può dirsi relativamente alla presenza del gentil sesso negli ambienti istituzionali, soprattutto quelli politici.

Che si voglia leggere la cosa come carenza democratica nella rappresentanza, come disequilibrio sociale o, più semplicemente, come violazione del principio costituzionale delle pari opportunità (espresso dagli artt. 51 e 97 della Costituzione italiana) fa lo stesso, ma di fatto neppure le Autorità giudicanti, sul tema “quote rosa”, riescono a trovare serenità (nella foto il Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna).

A chi è sfuggita la notizia del capitombolo mediatico che, in questi caldi giorni estivi, ha interessato la Giunta comunale del Sindaco Alemanno, da tempo istituita nella capitale italiana, poi censurata proprio a causa della scarsa – o meglio unica – presenza femminile nei palazzi dell’esecutivo comunale romano, rispetto ai complessivi 12 membri dell’organo istituzionale?

E se a qualcuno interessassero i dettagli del caso, può servire ricordare che il TAR Lazio, con la pronuncia dello scorso 25 luglio, ha annullato l’ordinanza del 14 gennaio 2011 che nominava la nuova Giunta del Comune di Roma (e gli atti connessi) risultata troppo carente di assessori donne: per la precisione, una sola presenza femminile non è stata ritenuta sufficiente a garantire i parametri dell’equilibrio.

Così, di fronte ad un evidente "deficit di rappresentanza di democrazia", anche nel nome del buon andamento e dell’imparzialità dell’azione amministrativa i giudicanti hanno precisato che “soltanto l’equilibrata rappresentanza di entrambi i sessi in seno agli organi amministrativi, specie se di vertice e di spiccata caratterizzazione politica, garantisce l’acquisizione al modus operandi dell’ente, e quindi alla sua concreta azione amministrativa, di tutto quel patrimonio umano, culturale, sociale, di sensibilità e di professionalità, che assume una articolata e diversificata dimensione in ragione proprio della diversità del genere” (TAR Lazio, sentenza n. 1590/2011).

In poche parole uomini e donne sono diversi – e non di poco -, e la diversità genera completezza, anche in politica.

Il Sindaco, quindi, avrebbe dovuto “assicurare (in seno alla sua Giunta) una presenza equilibrata di uomini e donne” (Statuto di Roma Capitale, articolo 5).

Come riconosciuto dallo stesso TAR Lazio, tuttavia, l’assunto appena espresso non è affatto pacifico in giurisprudenza: altri Tribunali, infatti, avevano già manifestato opinioni assai diverse, sino a negare – sostanzialmente – la necessità delle quote rosa negli ambienti politici (TAR Puglia – Lecce, sentenza n. 622/2010 e TAR Lombardia – Milano, sentenza n. 354/2011).

Secondo quest’ultimo Tribunale, infatti “nella consapevolezza che il processo di promozione dell’equilibrio tra i sessi nella rappresentanza politica è, allo stato, solo appena avviato …”, e “ … in considerazione dello stadio in cui versa attualmente il processo di promozione dell’effettiva democrazia paritaria tra uomini e donne nell’accesso agli Uffici pubblici ed alla luce del quadro normativo allo stato vigente, non può pervenirsi ad una dichiarazione di illegittimità della formazione della giunta regionale siccome composta da un solo assessore di sesso femminile”.

Se, come pare di capire, tutta la questione resta incentrata sulla (difficile) corretta interpretazione degli articoli della Costituzione italiana a riguardo, meramente programmatici e promozionali, e non immediatamente precettivi né cogenti, non è forse vero che gli stessi (articoli) restano di fatto integrati, completati e chiaramente attuati non solo dal Decreto legislativo n. 5/2010 - che recepisce la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 2006/54/CE, baluardo della parità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini “in tutte le attività politiche ed amministrative” -, ma anche dal Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (D.lgs. n. 198/2006), oltre che, eventualmente – come nel caso del Comune di Roma Capitale -, dagli Statuti comunali?

 

dott. Giuseppe Lo Martire

Specialista in Scienze delle Autonomie Costituzionali

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