"Stalin + Bianca", un percorso emotivo guidato dalla scrittura di Iacopo Barison

 

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“Non mi sono più arrabbiato, neanche una volta. Quando sento di essere sulla strada giusta – che poi, in senso assoluto, sarebbe la strada sbagliata – cerco di pensare ad altro, di minimizzare i fatti, e a volte funziona. Riesco a calmarmi. Faccio respiri profondi, quindi prendo il blister e ingoio una capsula”.

Lui è Stalin, lei è Bianca. Stalin di Bianca ama “ le sue felpe col cappuccio, ad esempio. Le mette più o meno sempre. Odio il fatto che non possa vedere nulla, invece. Che non possa vedere la nebbia e il cielo intermittente e le ombre proiettate sui muri”.

In Stalin + Bianca (edito da Tuneè nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni) ci sono tutte le premesse per individuare la promettente voce letteraria del 26enne Iacopo Barison.

Tra dialoghi serrati e atmosfere cupe, Barison descrive la fuga di Stalin (un 18enne con difficoltà a gestire la rabbia) e Bianca, la sua amica cieca. Il viaggio di Stalin, convinto di aver ucciso il patrigno durante un litigio, è un percorso verso l’età adulta contrassegnato da un’inseparabile videocamera e dal corollario di una nazione ormai in declino.

Quello di Stalin e Bianca è un percorso emotivo che Barison ha affidato a parole e situazioni in grado di coinvolgere con il loro pathos il lettore: “Questo locale è dedicato alla sofferenza. – scrive - L’ultima tendenza del divertimento notturno è quella di frequentare locali dedicati a qualcosa. Questo posto è dedicato alla sofferenza, ma ce ne sono miriadi, tutti consacrati a sentimenti basici (l’amore, l’odio, la speranza, eccetera) oppure a situazioni contestuali come la nudità o l’avere un cancro. In giro, ci sono locali dedicati all’odio, dove puoi rompere qualsiasi cosa e deridere chiunque ti si pari davanti. Bianca è appoggiata a una parete su cui scorrono immagini di stermini di massa (…)”.

Barison è senza dubbio un giovane scrittore da seguire con attenzione, in cui è marcato il dono della narrazione.

Ilmiotg ha intervistato l’autore.

 Com'è nato Stalin + Bianca?

“Prima ancora del romanzo, sono nati i due personaggi. Sembrerò romantico o didascalico, ma una notte non riuscivo a dormire e pensavo e mi è venuto in mente questo ragazzino con baffi enormi, sempre arrabbiato, che tutti soprannominano Stalin. Il personaggio di Bianca, invece, l'ha seguito a ruota, è stata una prosecuzione implicita, molto spontanea. Lei è una ragazza cieca, innamorata di un mondo che non ha mai visto. Stalin e Bianca, di fatto, sono le fondamenta di questo romanzo. È naturale che sia partito da loro, tutto il resto è venuto dopo”.

Stalin è un personaggio arrabbiato e tormentato. Bianca, invece, è molto dolce. Sembrano due opposti che si attraggono, nonostante il loro sia un amore squisitamente platonico. Quanto c’è di lei nei due protagonisti?

“Tutti i romanzi, anche i più astratti, sono romanzi di autofiction. Quindi, in loro, c'è molto della mia persona, delle mie idee sulla vita e sulla morte e sui grandi temi dell'uomo. Però hai ragione, Stalin e Bianca sono diversissimi, l'uno l'opposto dell'altra. La rabbia è il contrario dell'amore, ma questi due sentimenti fanno da sempre parte delle nostre vite, del nostro modo di stare al mondo. Io mi sono limitato a scinderli, a distribuirli sui due protagonisti. Nella vita, d'altronde, ho provato sia una grande rabbia che sentimenti più nobili e puri. Questo succede a tutti, è bastato scavarmi dentro”.

Quello di Stalin e Bianca è un “viaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso una nazione sull’orlo del baratro”. Attorno a loro ci sono persone decisamente fuori dal comune. Perché sullo sfondo di una storia d’amore ha inserito un contesto così ombroso?

“Non ho ancora capito se le difficoltà ci facciano crescere, o se aumentino solo il nostro grado di insicurezza e disillusione. Quindi non so se il viaggio dei protagonisti sia davvero formativo, se li faccia crescere sul serio. Detto ciò, gli ambienti del romanzo sono sempre piuttosto cupi, è vero, ma ho cercato di dare spazio anche ad altre cose, di aprire parentesi di umanità e speranza. Non è un romanzo sul male e sullo schifo del mondo, ma una semplice storia d'amore in cui i protagonisti vengono messi alla prova. Non c'è nulla di nuovo, in fondo. Da Romeo a Giulietta alle coppie della vita reale, i meccanismi restano sempre quelli”.

La videocamera e il viaggio sono due costanti nel suo romanzo. Cosa rappresentano per lei?

“La videocamera era uno stratagemma per dar spazio al mio bagaglio cinefilo. Mi sono laureato al Dams Cinema, sono un grande appassionato e quindi è piuttosto normale che Stalin giri sempre con una videocamera. Lui si limita a filmare il mondo, io vorrei fare qualcosa di più ma servirebbero soldi, attrezzature e tante altre cose, dunque preferisco scrivere libri. La letteratura è molto più democratica del cinema. Per quanto riguarda il viaggio, be', volevo che i protagonisti cambiassero durante la storia, che i loro caratteri avessero un certo dinamismo, e l'on the road era la soluzione migliore. Sono molto affascinato dal viaggio, inteso anche come dimensione interiore. Però, salvo rare eccezioni, non ho mai fatto come Stalin e Bianca, non sono mai partito con lo zaino in spalla e facendo l'autostop. Quando viaggio, purtroppo per me e per il mio portafoglio, ho bisogno di una serie di comfort che Stalin e Bianca riterrebbero superflui. È tutta una questione di ansia, devo avere le cose sotto controllo”.

Stalin + Bianca è ricco di dialoghi, quasi fosse una sceneggiatura. La sua è una scrittura evocativa. Ha pensato ad una trasposizione cinematografica?

“Sì, ci ho già pensato. Il romanzo, per certi versi, ha i crismi e le regole di una sceneggiatura. D'altro canto, prima di scriverlo, avevo lavorato a un paio di copioni. Forse mi sono portato dietro un certo stile, una struttura “visiva” e ritmata e piuttosto dialogica. Poi, è chiaro, se qualcuno girasse un film da Stalin + Bianca, per me sarebbe un sogno. L'ho mandato a qualche regista, lo ammetto, però non mi faccio illusioni. Il cinema è un mondo strano e meraviglioso”.

Quali sono i suoi scrittori di riferimento?

“Tanti, forse troppi. Da Cormac McCarthy a Bret Easton Ellis, da Raymond Carver a Don Delillo. Diciamo che, scrivendo Stalin + Bianca, volevo rifarmi a un certo minimalismo, mi andava di raccontare l'amore e l'adolescenza in maniera chirurgica, asciutta e scrupolosa. Inoltre, molte influenze sono arrivate dal cinema. Se Truffaut fosse ancora vivo, farei di tutto per spedirgli il romanzo. Nel suo genere, per me, era il migliore di tutti”. 

Iacopo Barison (Fossano, 1988) ha pubblicato un primo romanzo all'età di vent'anni, tratto dal suo blog. Suoi racconti e articoli sono apparsi su numerosi siti e riviste.

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