Intervista al Maestro Franco Artese, autore del presepe esposto nella Cattedrale di St. Patrick a New York.

Francesco Artese di Maria Gerardi

Il presepe è una delle tradizioni più importanti nel Sud Italia, forse la più importante, ma perché lei fa il presepe?

Quando ero piccolo a Natale in famiglia c’era la tradizione di allestire il presepe tutti insieme.

Vivendo in una famiglia numerosa di ben 8 figli, ed essendo il penultimo, venivo sempre “scavalcato” dai miei fratelli più grandi che non mi consentivano di poter intervenire nella disposizione delle statuine. Allora mi alzavo la notte e di nascosto spostavo i pastori, già seguendo una certa vena artistica. Subito dopo la morte di mio padre, il parroco mi invitò a fare un presepe in parrocchia e io gli proposi: «Perché non realizziamo un’opera che possa trasmettere la nostra realtà contadina attraverso il Mistero della Natività?», e quello fu il mio primo presepe che realizzai a Grassano nel 1976. Da allora sono passati circa 35 anni. Poi, dal 1980, ho iniziato a portare il presepe lucano sia in Italia che all’estero, prima Roma, poi New York, Washington, Parigi, Betlemme, tante altre località per arrivare infine a realizzare il sogno della mia vita e portare il mio Presepe in Piazza San Pietro, per il Natale 2012 – Anno della fede, quale omaggio a S. S. Benedetto XVI.

Cos’è che l’ha spinta a scegliere il paesaggio lucano e in particolare lo scenario dei Sassi di Matera, quale ambientazione delle sue Natività? Qual è il messaggio che vuole trasmettere? THE NATIVITY_1

Se in principio il presepe nato con San Francesco cercava di essere fedele all’iconografia della Terra Santa sia nel paesaggio che nei personaggi, man mano negli anni le diverse scuole che si sono sviluppate - da quella napoletana a quella pugliese a quella siciliana -, hanno realizzato la Natività scegliendo come sfondo, come scenografia, il proprio ambiente.

Io, da lucano, ho sentito questa stessa esigenza e ho deciso di rappresentare la natività ispirandomi ad alcune scene contadine. Attraverso le mie opere cerco di dare emozioni, di trasferire quei valori tipici dell’ambiente rurale che fino a 40, 50 anni fa era quello dei nostri paesi e che adesso sono così rari come l’umiltà, la semplicità, il vicinato, la famiglia. E’ questo il messaggio che voglio trasmettere nel rendere protagonisti la nostra gente, i nostri luoghi. Nel mio presepe le espressioni dei personaggi, la genuinità e l’ingenuità dei contadini, per me sono sempre più importanti dell’ambientazione. Certamente la scenografia è d’effetto e contribuisce allo scopo, ma fondamentale rimane nel mio intento la “Scena” che si svolge e che rappresenta il Mistero della Natività di Gesù. Essendo un artista, principalmente la mia professione è quella di pittore, ho trasferito questa passione anche nel presepe, soprattutto ponendo attenzione allo sguardo, alle espressioni delle persone, cercando di rappresentare scene di vita quotidiana della gente lucana. Mi sono ispirato ad alcune fotografie di Cesare Zavattini e Mario Carbone degli anni ‘50 e ‘60 che hanno segnato anche la vita artistica di Carlo Levi, scene stupende di vicinato, di vita contadina. Ci sono i visi rassegnati dei contadini ma anche i visi fieri di quel poco che gli basta per vivere, insomma tanta umanità.

Quest’anno un suo presepe verrà esposto nella cattedrale di St. Patrick a new York. In che modo e con che sentimenti, pensa che la comunità americana si avvicinerà al suo presepe?

È vero che la tradizione di realizzare il presepe è una tradizione tipicamente italiana e in particolare delle regioni del Sud. Tra l’altro una tradizione che con il passare degli anni sta scomparendo, perché si sono un po’ persi quei valori cristiani che portavano a realizzare il presepe nelle case. Io credo però che il messaggio che il presepe, e in particolare la Natività, racchiude, possa avere un significato universale di pace, serenità e di affermazione di valori quali la famiglia, la solidarietà e la vicinanza dei popoli, aldilà del credo e della fede di chi al presepe si avvicina anche come semplice visitatore. Dunque penso che sia importante realizzare delle opere che invoglino il visitatore a sentire dentro di sé vivo e presente il Mistero del Natale. Per me realizzare un presepe è soprattutto questo: portare un po’ di pace e di serenità nel cuore della gente. E inoltre credo che un presepe a New York possa servire per rinsaldare il legame con le proprie origini anche per le tante generazioni figlie di quella comunità italiana emigrata a New York tanti anni fa in cerca di un futuro migliore. Ed è proprio a quella comunità che ho voluto dedicare uno spazio nel mio presepe, e a cui va il mio rispettoso omaggio. A questo proposito non posso non ricordare quando a 26 anni, nel 1983, per la prima volta oltre oceano, realizzai per conto del Governo Italiano nella Chiesa di Our Lady of Pompeii nel Green Village di New York un presepe di circa 100 mq. Ci furono circa ottocentomila visitatori ma l’emozione più forte, per me allora molto giovane, fu il vedere le folle di italiani che venivano, rivedevano i propri luoghi d’origine che avevano lasciato tanti anni prima e sentendosi “a casa” mi abbracciavano. In quell’abbraccio c’era tutto: calore, condivisione, nostalgia, riconoscenza, per me che all’improvviso mi sentivo un po’ emigrante come loro. Mi colpì l’espressione di una ragazza americana di colore che ci tenne a dirmi come fosse “impensabile” ritrovare a New York un angolo di semplicità e di umiltà come quello. Ecco, per me ritornare a New York oggi, a distanza di 32 anni, con un vissuto molto più denso oltre che con una riconosciuta maturità artistica, è senza dubbio una grande occasione per rilanciare quell’angolo di semplicità e di umiltà di cui credo la gente abbia ancora bisogno.

Quanto c’è della Basilicata nei suoi presepi?

Nelle mie realizzazioni ci sono sempre scenografie in cui si ritrovano “pezzi di Basilicata”. Ogni anno giro per i nostri paesi cercando di scoprire vicoli, palazzi, tetti, elementi che caratterizzano il nostro patrimonio architettonico e culturale. Ma tra i paesaggi più importanti, e di cui sono innamorato, c’è senza dubbio Matera, sia perché rispecchia un po’ le case tipiche di Betlemme rievocando il luogo dove è nato Cristo, sia perché il paesaggio dei Sassi per me è sempre fonte di ispirazione, non basterebbe una vita per poterne rappresentare le suggestioni.

Parliamo di Franco Artese. Quanta fede c’è nel suo lavoro?

Creare un presepe non è per me soltanto un’opera d’arte. Sono un uomo di fede e nel mio piccolo io cerco di far rivivere la notte di Betlemme, seguendo il messaggio di San Francesco, cercando di risvegliare quei cuori che si sono addormentati e portarli a realizzare il presepe nella propria casa.

C’è un personaggio che ricorre nel suo presepe, una sorta di portafortuna?

Parlarne mi commuove sempre. In effetti c’è un personaggio che metto sempre nei miei presepi, è una piccola vecchina che mi accompagna e che in qualche modo io accompagno al presepe.

Rappresenta mia madre la cui perdita per me è stata molto dolorosa, e che nei momenti più delicati del lavoro vedo sempre a me vicina, che mi sostiene.

Fra tanti presepi finora realizzati, quale resta il suo ricordo più bello?

Il mio ricordo più bello è senza dubbio quello legato al momento in cui, alla vigilia del Natale dello scorso anno, in Piazza San Pietro, mi fu chiesto di “svelare” agli occhi del mondo, che seguiva in mondovisione la celebrazione, e soprattutto agli occhi di S.S. Benedetto XVI il presepe monumentale da me realizzato. Emozione rinnovata poi quando S. S. Benedetto XVI, in preghiera davanti allo stesso presepe mi colmò il cuore di gioia nel chiedermi di illustrargli la mia opera.

Credo davvero di aver realizzato il sogno della mia vita, tra l’altro annunciatomi da un vero sogno fatto in una fredda notte di alcuni mesi prima.

Ce ne vuole parlare?

Si, nel mese di febbraio precedente il Natale, nei giorni in cui una nevicata aveva praticamente sommerso il mio paese bloccandoci nelle case, una brutta bronchite mi teneva a letto e in uno dei momenti di dormiveglia sognai Papa Giovanni Paolo II che in Piazza San Pietro mi prendeva per mano e mi diceva: “Vieni con me, ti accompagno a visitare il Vaticano”. Ricordo la felicità provata a quelle parole e allo stesso tempo la delusione del risveglio quando capii che si trattava solo di un sogno. Quell’episodio mi diede la forza di sperare, quando se ne prospettò la pur remota possibilità, di riuscire a portare il mio presepe in qualche sala del Vaticano. Ma chi mai poteva immaginare che avrei addirittura realizzato il presepe in Piazza san Pietro!

Che valore ha per Artese esporre a New York, dopo aver realizzato il presepe a Roma, nel cuore della Cristianità?

Con il presepe in Piazza san Pietro il mio messaggio di fede è entrato nelle case di tutti ed io ho avuto l’occasione di raggiungere tantissime famiglie e far riscoprire la bellezza di quei valori umani che portano alla fede stessa. Con il presepe a New York, la città dai mille volti, la metropoli per eccellenza io vorrei continuare a suscitare emozioni arrivando al cuore di tanti, anche di chi crede in una religione diversa dalla mia. Per me realizzare presepi è un po’portare avanti una missione e sono convinto che nel mio piccolo, con le mie opere, posso contribuire a diffondere, nella magica notte di Natale, il messaggio di pace e di serenità di cui il mondo ha oggi bisogno.

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