La Legge italiana dice...

Autovelox e validità del decreto del Prefetto

Quale vigenza deve essere riconosciuta al decreto prefettizio che individua le strade sulle quali è possibile utilizzare gli autovelox a postazione fissa?

Dopo la circolare del Ministro Maroni i relativi decreti prefettizi emanati in data anteriore sono caducati oppure continuano ed essere applicabili?

Infine, le disposizioni contenute nella recente direttiva hanno forse valore di legge?

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L’argomento che il lettore pone all’odierna attenzione è già stato parzialmente trattato in alcuni precedenti articoli – “autovelox e disposizioni del Ministro Maroni”, pubblicato in data 23 novembre 2009 e “Polizia municipale, strada statale ed autovelox…che confusione!”, pubblicato in data 13 marzo 2010-: nell’invitare il lettore, e quanti altri interessati, alla disamina dei suddetti, mi sembra utile, in questa sede, oltre che sintetizzarne i relativi contenuti, soffermarmi, piuttosto, su un aspetto molto importante ma, tuttavia, non ancora approfondito.

La circolare del Ministro Maroni ha forse valore di legge? Nel dettaglio, i decreti prefettizi emanati in data anteriore ad essa mantengono valore e vigenza originari oppure sono da considerasi caducati e, necessariamente, dovranno essere sostituiti da nuove disposizioni prefettizie?

Il ministro Maroni si è recentemente espresso con la circolare prot. N. 300/A/10307/09/144/5/20/3 del 14 agosto 2009: con questa, tuttavia, ha inteso “fornire agli organi di Polizia stradale criteri di indirizzo e coordinamento” anche al fine di “garantire un’azione coordinata di prevenzione e contrasto dell’eccesso di velocità sulle strade”.

La suddetta direttiva ha, pertanto, valore interpretativo delle leggi già emanante in precedenza: non ha forza né valore di legge, piuttosto evidenzia in quale modo devono essere lette ed interpretate le varie disposizioni in materia di circolazione stradale ed applicazione delle relative sanzioni amministrative.

I riferimenti normativi, pertanto, sono, e restano, gli stessi di prima: in particolare il Codice della Strada, il relativo regolamento di attuazione ed esecuzione e, infine, le varie leggi ad essi collegate.

Il lettore, giustamente, chiede chiarimenti sulla sorte e sulla validità dei decreti prefettizi firmati in data anteriore all’emanazione della circolare.

La parte II della direttiva – “individuazione dei tratti di strada in cui è consentito il controllo a distanza delle violazioni senza la presenza di operatori di Polizia” - al punto 1 – “ impiego e caratteristiche dei dispositivi e dei mezzi tecnici di controllo” – chiarisce subito che la norma di riferimento è il D.L. 20 giugno 2002 n. 121 (poi convertito e modificato dalla L. 1 agosto 2002 n. 168) che, all’articolo 4, afferma che è sempre consentito “sia l’impiego di dispositivi che di mezzi tecnici di controllo del traffico per l’accertamento a distanza di alcune violazioni, tra cui l’eccesso di velocità (art. 142 C.d.S.)”.

Queste disposizioni, chiaramente richiamate dalla circolare Maroni, sono state emanate molti anni fa: è chiaro che mantengono valore e sono sempre applicabili.

Al punto 2 – “individuazione con decreto del Prefetto, delle strade sulle quali è ammesso l’uso dei dispositivi e dei mezzi tecnici di controllo”, la direttiva Maroni richiama l’articolo 2 del Codice della Strada ( D.lgs. 30 aprile 1992, n. 285) nonché la L. 168/2002, in particolare l’articolo 4, chiarendo quali sono i criteri a supporto del provvedimento prefettizio.

Anche queste disposizioni, evidenziate nella circolare Maroni, sono state emanate molti anni fa e, come ribadito, mantengono valore e sono costantemente applicabili.

Nel dettaglio, sulle autostrade e sulle strade extraurbane è sempre possibile utilizzare i dispositivi di controllo (autovelox e simili) per cui non è necessaria una preventiva ricognizione da parte del Prefetto; invece, sulle strade extraurbane secondarie e sulle strade urbane di scorrimento spetta al Prefetto, con proprio decreto, la determinazione dei tratti in cui è possibile l’attività di controllo remoto del traffico finalizzata all’accertamento delle violazioni per eccesso di velocità, sentiti gli organi di Polizia stradale e su conforme parere degli enti proprietari delle strade.

Ciò premesso, nel prosieguo la circolare chiarisce che, sulle strade diverse dalle autostrade e dalle strade extraurbane, l’articolo 4 della L.168/2002 disciplina l’attività di controllo anche remoto del traffico, e afferma che la contestazione differita della violazione, rilevata con autovelox e simili, è legittima solo quando, sulla base di una valutazione preventiva compiuta dal Prefetto, i tratti di strada sui quali possono essere collocati i dispositivi di controllo rispondono a criteri relativi a un “elevato livello di incidentalità, e la documentata impossibilità o difficoltà di procedere alla contestazione immediata sulla base delle condizioni strutturali, plano-altimetriche e di traffico”.

A tanto si aggiunga che, nella valutazione complessiva dei fattori di giudizio del Prefetto, dovranno essere considerati, inoltre, la “composizione ed il volume del traffico sulla strada”.

Pertanto, se sui tratti stradali già individuati questi fattori restano invariati, anche il relativo decreto prefettizio, già precedentemente approvato, resta assolutamente applicabile nel tempo, poiché le disposizioni di legge a suo supporto sono sempre le medesime.

Grazie alla circolare Maroni quelle stesse disposizioni di legge, già approvate per tempo e tuttora vigenti, ora possono essere lette più facilmente ed interpretate con maggiore correttezza.

dott. Giuseppe Lo Martire

specialista in Scienze delle Autonomie Costituzionali

Zone a traffico limitato: permessi e deroghe

Cos’è una zona a traffico limitato (ztl)?

Quali sono le categorie di utenti che possono sempre transitare in tale area?

E’ possibile, per i residenti in una ztl, parcheggiare gratuitamente negli stalli a pagamento quando ne è previsto il divieto di accesso e di circolazione?

Ed infine, quali le agevolazioni per i soggetti diversamente abili?

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La zona a traffico limitato (ztl) è un'area, generalmente del centro storico della città, in cui l'accesso e la circolazione dei veicoli sono limitati a ore prestabilite e a particolari categorie di utenti e di veicoli (D.Lgs. 30-4-1992, n. 285, articolo 3, n. 54): di norma in esse possono liberamente circolare solo biciclette, ciclomotori, motocicli e veicoli a trazione elettrica.

Il Codice della Strada, al comma 9 dell’articolo 7 dispone che: “ i Comuni, con deliberazione della Giunta, provvedono a delimitare le aree pedonali e le zone a traffico limitato tenendo conto degli effetti del traffico sulla sicurezza della circolazione, sulla salute, sull’ordine pubblico, sul patrimonio ambientale e culturale e sul territorio; …analogamente i Comuni provvedono a delimitare altre zone di rilevanza urbanistica nelle quali sussistono esigenze particolari di traffico…”.

L’ente preposto a delimitare le ztl è, quindi, il Comune, e gli unici vincoli che può incontrare sono, appunto, quelli imposti dalla legge (effetti del traffico sulla sicurezza, sulla salute, sul territorio ecc.): si tratta di un potere attribuito direttamente dalla legge,  quindi molto ampio e di evidente discrezionalità.

Quanto poi alla possibilità di transitare, anche gratuitamente, con i veicoli nelle ztl, occorre chiarire che, diversamente, in questo contesto la discrezionalità dell’Ente è assai più limitata: infatti, nel prosieguo, il medesimo articolo evidenzia che “ …i Comuni possono subordinare l’ingresso o la circolazione dei veicoli a motore, all’interno delle zone a traffico limitato, anche al pagamento di una somma…e che ...con direttiva dell’Ispettorato Generale per la circolazione e la sicurezza stradale ….sono individuate le tipologie dei Comuni che possono avvalersi di tale facoltà, nonché le modalità di riscossione del pagamento e le categorie dei veicoli esentati…”: pertanto, in tale ambito, i Comuni devono attenersi strettamente alle disposizioni dettate dal Governo.

Infine, relativamente alla possibilità di parcheggiare l’auto nelle ztl, occorre fare alcune precisazioni.

Il comma 8 (articolo 7, C.d.S.) afferma che, nelle zone a traffico limitato, nelle aree pedonali e, comunque, nelle altre zone di particolare rilevanza urbanistica, non necessariamente i Comuni devono riservare una adeguata area destinata a parcheggio rispettivamente senza custodia o senza dispositivi di controllo di durata della sosta.

Infatti, si precisa al comma 11, “… nell’ambito delle … aree pedonali, zone a traffico limitato e altre zone di particolare rilevanza urbanistica nelle quali sussistono condizioni ed esigenze particolari … i Comuni hanno facoltà di riservare, con ordinanza del Sindaco, superfici o spazi di sosta per veicoli privati dei soli residenti nella zona, a titolo gratuito od oneroso”: anche in questo caso spetta solo all’Ente proprietario della strada definire ogni situazione in maniera molto discrezionale.

E’ giusto il caso di evidenziare che “chiunque non ottemperi ai provvedimenti di sospensione o divieto della circolazione, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 78 a euro 311…” (comma 13) ...e che chiunque viola gli altri obblighi divieti o limitazioni… è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 38 a euro 155 (comma 14).

Così, alcuni Comuni hanno espressamente previsto che i residenti ed i domiciliati in possesso del permesso di circolazione e sosta possono parcheggiare gratuitamente in tutte le aree di sosta – anche a pagamento – ubicate all’interno e lungo il perimetro della ztl.

E’ pertanto importantissimo leggere con grande attenzione il regolamento comunale che disciplina le locali ztl, e, quindi, la circolazione e la sosta in esse (eventualmente) consentite.

Discorso diverso, e giustamente, va invece fatto per i soggetti diversamente abili.

Infatti, sempre l’articolo 7 del C.d.S., al comma 1 lettera d prevede che, nei centri abitati, i Comuni possono “ …riservare limitati spazi alla sosta dei veicoli …adibiti al servizio di persone con limitata o impedita capacità motoria, munite del contrassegno speciale…”; mentre l’articolo 188 della medesima legge afferma che “…i veicoli al servizio di persone invalide autorizzate … non sono tenuti all’obbligo del rispetto dei limiti di tempo se lasciati in sosta nelle aree di parcheggio a tempo determinato”;

Si parla di sosta e di parcheggio del veicolo, non anche di circolazione.

La normativa, quindi, è poco chiara e frastagliata o, perlomeno, lascia spazio a molteplici interpretazioni: vari sono i casi in cui è stato necessario adire l’Autorità Giudiziaria per fare chiarezza, in merito, su diritti ed obblighi dei soggetti diversamente abili.

La Suprema Corte di Cassazione, già preceduta da molti Giudici di Pace (fra tutti è esemplare la sentenza del 27-6-2006 del Giudice di Pace di Arezzo) con sentenza 719 del 2008 del 16-1-2008, ha definitivamente chiarito che “dispongono gli articoli 11 e 12 del D.P.R. 16-9-1996, n. 610, che alle persone (con capacità di deambulazione sensibilmente ridotta ed ai non vedenti) detentrici dello speciale contrassegno … è consentita la circolazione e la sosta del veicolo al loro specifico servizio nelle zone a traffico limitato e nelle aree pedonali urbane, qualora sia autorizzato l’accesso anche ad una sola categoria di veicoli per l’ espletamento di servizi di trasporto di pubblica utilità…” (in tal senso anche gli articoli 11 e 12 del D.P.R. 24-7-1996, n. 503 – “Regolamento recante norme per l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici”).

Nel dettaglio, precisano i Giudici, la persona invalida può sempre servirsi del contrassegno per circolare con qualsiasi veicolo in zone a traffico limitato con il solo onere di esporre il contrassegno: tale specifica autorizzazione “…è strettamente personale, non è vincolata ad uno specifico veicolo e, soprattutto, ha valore su tutto il territorio nazionale e, quindi, …nessuna ulteriore autorizzazione deve essere richiesta per acceder alla ztl (Giudice di Pace di Arezzo, 27-6-2006).

dott. Giuseppe Lo Martire

specialista in Scienze delle Autonomie Costituzionali

AGCOM: multa esemplare al TG1 ed al TG5.

La Commissione Servizi e Prodotti dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha comminato una multa esemplare al TG1 ed al TG5 a causa di attività informativa poco corretta e lesiva della par condicio protrattasi durante l’attuale campagna elettorale.

E’ quanto si legge nel comunicato stampa diffuso oggi, 25-3-2010:la Commissione Servizi e Prodotti dell’Autorità, alla luce dei dati di monitoraggio dell’ultimo periodo (14-20 marzo) ha rilevato il perdurare di un forte squilibrio informativo tra PDL e PD e una marginale presenza di altre forze politiche, in particolare delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell’informazione nei notiziari. La Commissione ha pertanto comminato all’unanimità una sanzione di 100.000 euro al TG1 ed al TG5 che presentavano il maggiore squilibrio ed ha nel contempo, rivolto un richiamo a tutte le emittenti ad attuare un immediato riequilibrio dell’informazione entro la chiusura della campagna elettorale”.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni è un’autorità assolutamente indipendente, istituita dalla legge 249 del 31-7-1997; evidenti peculiarità sono l’indipendenza e l’autonomia della sua attività e delle relative deliberazioni, anche perché essa risponde del proprio operato solo al Parlamento, che, per tempo, ne ha stabilito poteri, varato lo statuto ed eletto i componenti.

All’Autorità è affidato un compito assai ampio: innanzi tutto assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato, promuovendo e tutelando la concorrenza nei mercati delle comunicazioni, quindi tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini.

L’AGCOM infatti vigila costantemente affinché i diritti degli utenti-cittadini siano sempre pienamente garantiti: l’Autorità assicura pertanto l’attuazione della liberalizzazione nel settore delle telecomunicazioni, l’applicazione della normativa antitrust nelle comunicazioni e la verifica di eventuali posizioni dominanti; garantisce altresì la vigilanza sulla qualità e sulle modalità di distribuzione dei servizi e dei prodotti compresa la pubblicità e la predisposizione di norme a salvaguardia delle categorie disagiate. Quando necessario verifica le modalità di distribuzione dei prodotti e la trasparenza delle comunicazioni rivolte al pubblico e spesso interviene, direttamente, nelle frequenti controversie tra cittadini-utenti ed operatori.

Scopo dell’Autorità è, soprattutto, quello di assicurare la prestazione dei servizi essenziali a tutti gli utenti: garantendo, tra l’altro, il pluralismo informativo anche attraverso ogni forma di monitoraggio di tutte le trasmissioni televisive nazionali e, quando occorre, un tempestivo intervento in caso di violazioni delle norme di legge in materia di pubblicità, obblighi di programmazione, pluralismo politico e sociale, tutela dei minori.

Ma le funzioni di regolamentazione e vigilanza dell’Autorità non riguardano solo i settori delle telecomunicazioni e dell’audiovisivo, ma anche dell’editoria.

L’Autorità vigila attentamente anche sulla pubblicità e sul rispetto della par condicio elettorale, ed ha provveduto a emanare i regolamenti attuativi delle disposizioni di legge: le violazioni sono punite, infatti, con notevoli sanzioni pecuniarie.

dott. Giuseppe Lo Martire

specialista in Scienze delle Autonomie Costituzionali

Corte Costituzionale: preclusa la difesa d’ufficio ai praticanti avvocati

E’ illegittimo l’articolo 8, comma 2, ultimo periodo del Regio Decreto legge 27-11-1933 n. 1578 - “Ordinamento delle professioni di avvocati e procuratori” - nella parte in cui prevede che i praticanti avvocati, in sede penale, possano essere nominati difensori d’ufficio.

Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con sentenza 17-3-2010 n. 106.

Chi è il “praticante avvocato”, in cosa si differenzia rispetto all’avvocato professionista, e cosa comporta, quindi, la recente pronuncia della Corte Costituzionale?

L’ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore è disciplinato, come detto, dal Regio Decreto – legge 27 novembre 1933 n. 1578 che, all’art. 8, tra l’altro stabilisce che “i laureati in giurisprudenza che svolgono la pratica prevista …(per poter accedere all’esame di abilitazione professionale e, quindi, previa iscrizione all’albo professionale, per poter esercitare la professione di avvocato) sono iscritti , a domanda, …in un registro speciale tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati presso il Tribunale …", e precisa, nel prosieguo, che “i praticanti procuratori, dopo un anno dall’iscrizione nel registro …sono ammessi, per un periodo non superiore a sei anni, ad esercitare il patrocinio davanti ai Tribunali ….limitatamente ai procedimenti che… rientravano nella competenza del Pretore. Davanti ai medesimi Tribunali …, in sede penale, essi (cioè i praticanti) possono essere nominati difensori d’ufficio, esercitare le funzioni di pubblico ministero e proporre dichiarazione di impugnazione sia come difensori sia come rappresentanti del pubblico ministero”.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere ha sollevato la questione di legittimità costituzionale relativamente all’art. 8 del regio decreto, investendo così la Corte Costituzionale della decisione finale.

Secondo questo Consiglio dell’Ordine, infatti, tale previsione normativa violerebbe “l’art. 24 della Carta Costituzionale italiana ( ...tutti possono agire in giudizio per la difesa dei propri diritti ...sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti , i mezzi per agire e difendersi...) poiché impone al soggetto indagato o imputato, (cioè colui che, in sede processuale penale, necessita di assistenza legale) di subire la nomina di un difensore d’ufficio dotato di una professionalità non ancora compiuta rispetto a quella di cui godono gli avvocati, dopo aver percorso l’intero iter di abilitazione all’esercizio della professione

Cos’è la “difesa d’ufficio” e a chi spetta la nomina del professionista?

L’articolo 97 del Codice di Procedura Penale afferma che “l’imputato che non ha nominato un difensore di fiducia o ne è rimasto privo è assistito da un difensore d’ufficio”, eventualmente nominato dal Giudice stesso o dal Pubblico Ministero: tanto in ossequio all’articolo 11 della nostra Costituzione, che, tra l’altro, affermando che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo (comma 1), chiarisce altresì che è giusto solo quel processo di ragionevole durata che si svolge davanti ad un giudice terzo ed imparziale, nel contraddittorio tra le parti (comma 2) e che garantisce a ciascuno le condizioni per preparare la propria difesa processuale (comma 3).

Ebbene, prima di questa pronuncia del Giudice delle leggi, la difesa d’ufficio poteva spettare anche ai praticanti avvocati, e non solo agli avvocati abilitati ed iscritti all’albo professionale.

Quali le ragioni a supporto della recente decisione della Corte?

Secondi i giudici delle leggi, che hanno dichiarato fondata la questione di legittimità costituzionale, dichiarando pertanto la illegittimità costituzionale del dettato normativo laddove prevede che i praticanti avvocati possono essere nominati difensori d’ufficio, la nomina di un praticante come difensore d’ufficio lederebbe la garanzia dell’effettività della difesa stessa: in parole semplici “..all’indagato, o imputato, potrebbe essere assegnato, senza il concorso della sua volontà, un difensore che non ha percorso l’intero iter abilitativo alla professione” (Corte Costituzionale sentenza 106/2010).

Ma la Corte afferma anche un altro concetto estremamente chiaro, quando precisa che “la differenza tra il praticante e l’avvocato iscritto all’albo si apprezza non solo sotto il profilo della capacità professionale – che, nel caso del praticante, è in corso di maturazione, il che giustifica la provvisorietà dell’abilitazione al patrocinio – ma anche sotto l’aspetto della capacità processuale, intesa come legittimazione ad esercitare, in tutto o in parte, i diritti e le facoltà proprie della funzione defensoriale”.

Infatti il praticante, purchè iscritto nel registro, può certamente proporre dichiarazione di impugnazione, ma non può partecipare, nel seguito, all’eventuale giudizio di gravame.

Una competenza incompleta, quindi.

In realtà il praticante avvocato, se pur vero che, dopo questa pronuncia dei Giudici delle leggi, non può più, in sede penale, esser nominato difensore d’ufficio, in realtà può, sempre e comunque, essere nominato difensore di fiducia dal soggetto che necessita di assistenza legale (cioè l’indagato e/o imputato): infatti, precisano i Giudici aditi, “un conto è che tali limiti di competenza professionale e di capacità processuale siano liberamente accettati dall’imputato, altro è che essi siano imposti in sede di nomina del difensore d’ufficio”.

Per gli aspiranti avvocati, quindi, possibilità professionali ridotte, ma non completamente negate: ciò che fa la differenza è, sempre, l’indispensabile rapporto fiduciario che lega l’assistito, comunque libero di scegliere, al professionista, praticante o avvocato che sia.

dott. Giuseppe Lo Martire

specialista in Scienze delle Autonomie Costituzionali

Mediazione civile e commerciale: nuove regole per avvocati ed assistiti

Entrano in vigore oggi, 20 marzo 2010, le nuove previsioni normative disciplinate all’art. 4, comma 3, del D.Lgs. n. 28/2010 (in attuazione della delega conferita al Governo dalla legge 69/2009) in materia di mediazione civile e commerciale: la novità era stata già anticipata con la circolare n. 15 marzo 2010 n. 11, diramata dal Consiglio Nazionale Forense.

Cos’è la mediazione civile e cosa prevede in sintesi la nuova normativa? Quali gli obblighi per gli avvocati e quali, invece, i vantaggi per gli assistiti?

Lo ha spiegato lo stesso Ministro della Giustizia Angelino Alfano, affermando che la mediazione delle controversie civili e commerciali si inserisce nel generale contesto della recente riforma del processo civile: la mediazione è, infatti, un nuovo istituto giuridico “in grado di deflazionare il sistema giudiziario italiano rispetto al carico degli arretrati ed al rischio di nuove sopravvenienze, che possono favorire l’ accumulare di nuovo ritardo…; questo neonato istituto…ha lo scopo di facilitare l’accordo tra le parti tra le quali è insorta una controversia per evitare che vadano davanti al Giudice … e consiste nel tentativo operato da un soggetto specializzato, terzo ed indipendente, altamente qualificato e vigilato dal Ministero di Giustizia … tendente ad ottenere una conciliazione tra le parti. Lo scopo di fondo è, infatti, quello di non mandare tutto e sempre in Tribunale…affinché, attraverso una mediazione compositiva tra i soggetti tra i quali intercorre una controversia… ci siano soluzioni …che non debbano necessariamente dichiarare uno sconfitto ed un vincitore…”. In sostanza assistiamo al “capovolgimento del rapporto < vinco-perdo >, classico delle liti in giudizio, sostituito da un rapporto in cui entrambi possono ottenere soddisfazione dalla mediazione civile”.

Così, all’atto del conferimento dell’incarico, l’avvocato dovrà informare l’assistito della possibilità (o necessità) di avvalersi del procedimento di mediazione e di godere delle agevolazioni fiscali connesse all’eventuale scelta: l’avvocato, infatti, dovrà altresì informare il cliente dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale.

L’informazione, chiara e redatta in forma scritta, dovrà essere fornita tanto alla parte attrice quanto a quella convenuta: diversamente il contratto tra avvocato ed assistito è annullabile.

Quindi, in taluni casi tale procedura è solo facoltativa, rappresentando una scelta delle parti, mentre in altri casi tale iter rappresenta una tappa sostanzialmente obbligatoria.

Quali, quindi, i casi in cui è obbligatorio il previo utilizzo del procedimento di mediazione?

Questo iter è condizione di procedibilità del giudizio, nel senso che “occorre attivare la mediazione perché altrimenti non si può andare davanti al Giudice” e, quindi, la sua carenza determina assoluta improcedibilità in altra sede di giudizio, nelle ipotesi di controversie relative a diritti disponibili in materia di condominio, diritti reali (proprietà), divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione dei veicoli e natanti, responsabilità medica e diffamazione con mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.

“Si tratta pertanto, precisa il Ministro Alfano, di un vero e proprio catalogo di situazioni e contratti che classicamente determinano più di altri il contenzioso tra le parti”.

Al termine della mediazione le parti possono, quindi, accettare la proposta di conciliazione, oppure decidere di rifiutarla ed andare, comunque, davanti al Giudice: attenzione però, perché se in giudizio, quindi in Tribunale, il Giudice attribuirà giustizia facendo però propria, in sostanza, la proposta del mediatore, alla parte che aveva rifiutato la soluzione saranno riferiti i maggiori costi di spese e di giudizio.

Un “vero e proprio disincentivo, precisa il Ministro, al rifiuto della mediazione quando essa si configuri come possibile”: quindi la mediazione può essere “facilitativa”, se favorisce l’intesa tra le parti, o “aggiudicativa” quando invece propone direttamente una soluzione.

Esiste però anche una terza tipologia di mediazione, che si aggiunge a quella facoltativa ed a quella obbligatoria: infatti se “in giudizio il Giudice si accorge che le parti possono addivenire ad un accordo, può ben attribuire un ulteriore termine per la mediazione rinviando l’udienza civile per il tempo necessario alla mediazione stessa (non superiore a 4 mesi, cioè 120 giorni): in tal caso la mediazione è demandata dal Giudice.

Come evidente, i tempi della mediazione sono molto più brevi di quelli del contenzioso civile italiano, per cui tale istituto giuridico, “candidato a trovare le soluzioni per le questioni che intervengano nelle controversie civili e commerciali, può davvero rivoluzionare la giustizia civile in Italia restituendo efficienza e celerità all'inero sistema (conferenza stampa del Ministro Angelino Alfano al termine del Consiglio dei Ministri n. 67, in data 28-10-2009. Fonte: www.Governo.it).

Quale l’utilità? Innanzi tutto la velocità, poiché in 120 giorni il problema può essere risolto, quindi l’economicità, poiché il solo mediatore può trovare la soluzione, evitando pertanto l’intervento di avvocati e giudici, infine le ragioni fiscali, poiché sono previsti incentivi fiscali significativi ed automatici, come il credito di imposta ,e l’esenzione dalle tasse e dalle imposte di registrazione.

Lo scopo generale della riforma, quindi, è “sconfiggere il nemico della giustizia italiana: la sua lentezza.

Con la mediazione se ne pone un pilastro fondamentale.

 

dott. Giuseppe Lo Martire

specialista in Scienze delle Autonomie Costituzionali

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