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MOSTRA DI PITTURA DI PASQUALE BELMONTE “OPERE 2000-2007”. PDF Stampa E-mail
Scritto da Michelangelo Tarasco   
venerdě 30 maggio 2008

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SONO UNA TRENTINA I DIPINTI AD OLIO CHE HANNO PER TEMA IL PAESAGGIO. L’AUTORE PRENDE SPUNTO DA QUELLO LUCANO, INTRAVISTO O SCHIZZATO SUL CAMPO. SULLA TELA LO MODIFICA RE-INVENTANDOLO. ALLA COMPOSIZIONE EQUILIBRATA, DALLE CROMIE CALDE E DI TERRA, CONFERISCE UNA DINAMICITA’ CHE ACCELERA IL RITMO DELLE PENNELLATE CON UNA SERIE DI TRATTAMENTI E PATINATURE DALL’ESITO QUASI MAI PREVEDIBILE.

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LA FIGURA FEMMINILE E’ INVECE SINTETIZZATA IN TRE VOLTI ENIGMATICI, SEGNATI DA CONTORNI MARCATI.


PASQUALE BELMONTE ESPONE PER LA PRIMA VOLTA A MATERA. DIVERSE LE SUE PERSONALI TENUTE A POTENZA, CITTA’ DOVE E’ NATO, A PARTIRE DAL 1994. NUTRITO E’ ANCHE IL CALENDARIO DELLE PARTECIPAZIONI A RASSEGNE E COLLETTIVE, L’ULTIMA DELLE QUALI IN CINA A YIWU, ALL’INTERNATIONAL CULTURE HALL 2008, SU INVITO DELLA GALLERIA TEKNE’.


ALLA VERNICE PORTERA’ I SALUTI IL PRESIDENTE DEL CIRCOLO “LA SCALETTA” NICOLA RIZZI. INTERVERRANO FRANCO PALUMBO, PADRE TARCISIO MANTA E PIERO RAGONE AUTORI DEI TESTI DEL CATALOGO DELLA MOSTRA, ILLUSTRATO DA MARIO ANNUNZIATA.


LA MOSTRA “BELMONTE – OPERE 2000-2007” RIMARRA’ APERTA FINO AL 31 MAGGIO PRESSO LA SEDE DEL CIRCOLO “LA SCALETTA”. INGRESSO LIBERO.



Sintesi di CINETICA DELL’ASTRAZIONE di Piero Ragone


La raccolta di dipinti ad olio che Belmonte espone per la prima volta a Matera, nella sede del prestigioso circolo culturale “La Scaletta”, nel cuore dei Sassi, è il frutto della verve più recente. Anche se l’arco temporale rappresentato abbraccia gli ultimi sette anni. Tante le novità che, senza contraddire le inclinazioni metafisiche e morandiane per cui si era già fatto notare, si annunciano come “naturale evoluzione”, di esigenze espressive che cercano di assecondare altri bisogni e guardano in altre direzioni.belmonte_in_me

Il soggetto principe rimane il paesaggio. Ma confermati l’impianto compositivo e l’andamento lineare di orizzonte e verticale, cambiano ora i tagli, le dimensioni, l’aggregazione con altri corpi aggiunti, come la comparsa di finestre, rigorosamente bandite fino a pochi anni fa dai corpi edilizi. Ma soprattutto cambia la luce, mutano i colori e la tecnica che da mista si fa “complessa”. Non vi è centimetro, che risulti immacolato nella cromia d’origine. Negli ultimi quadri, interventi e patinature – che pure non sono mai mancati - differiscono per consistenza e resa. Da pelle, accadimento, involucro di contenimento, finitura lucida o trasparente, si consolidano in ricercato, voluto, ed evoluto “trattamento della materia pittorica”. Non più quindi velatura, alone, protezione, ma decisivo elemento di partecipazione cinetica al risultato estetico: filtro, lente, tramite, chiave di volta. Lì dove il pennello ha esaurito la sua funzione, comincia l’azione di saldatura, levigatura, abrasione, mescolamento dei campi cromatici. E ancora ritocchi, “carezze”, scrostature, punteggiature che si scambiano tra ombre e chiarori, accensioni e fughe. Il movimento rotatorio e il calore dei “vortici”, che spalmano cera e altri intrugli, sembra centrifugare tratteggi e piccoli segni. Gli schizzi perdono la casualità e vanno ad occupare un posto preciso, quasi avessero un ruolo assegnato, che diventa poi definitivo e imprescindibile, sposati alle “morsure” degli strati di colore, a quei trascinamenti, alle gemmazioni che spaginano mutazioni a profusione. L’integrazione col dipinto è stupefacente e assolutamente irripetibile nella sua ricchezza di variazioni e fusioni, fantastiche e iridescenti. E qui tocchiamo un’altra delle variabili che rendono manifesto se non un giro di boa, almeno una correzione di timone nella tavolozza di Belmonte. Come non sottolineare i notturni dai rossi invadenti, abbinati col blu e una gamma intermedia di azzurri e celesti che si contendono acque e cieli. Mentre i verdi – ma quanti se ne possono contare in questa mostra? – escono dalle ombre e guadagnano in luminosità, freschezza, vigore, partecipando ad un nuovo chiarore, ad una nitidezza che sa di primavera, di erba bagnata, di colline in vegetazione, di cespugli odorosi. Per non dire di gialli, salmone, violetti non solo in punta di pennello. E la tentazione di perdersi nel tripudio, negli artifici che le interferenze cromatiche scatenano, fino a ridursi a macchie informi, dove non è più necessario indovinare i luoghi o le cose?

Immaginiamo il viaggio, le metamorfosi dalle ricognizioni “en plain air” alla chiusura in cornice di tutti quei soggetti, quegli scorci, quegli angoli che appartengono più alla visionarietà di Belmonte che al vero. Alberi, casolari, stradine, campagne, sponde, bordure di orizzonte esistono nella realtà fisica, nel panorama della visione concreta: il pittore li vede, li sceglie, li memorizza, li scorpora. Poi li traspone, li trasferisce sul supporto e li decontestualizza. Li astrae, li rende essenziali, convertendoli in macchie, linee, segni con i quali imbastire un gioco, un discorso, un confronto, una lotta serrata dagli esiti mai prevedibili.

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Rispetto alla figura, Belmonte mette le mani avanti. C’è poco da inventare – afferma, mentre pensa a Modigliani. I suoi ritratti sono più “sofferti” e meno ”di getto”. Mai improvvisati, cambiano aspetto di continuo; quando non sono addirittura “cancellati”. Risolti in un paesaggio o in una differente visione. I tre volti femminili in mostra sembrano quasi imbarazzati da tanto interesse. Avrebbero preferito rimanere in incognito. A malapena dissimulano il disagio, l’imbarazzo, o l’arguzia per essere stati chiamati in causa. Un falso timore, svanito in altre e più impegnative prove. Nel caso di interpretazioni di scene sacre o in alcuni intriganti autoritratti, subito contesi dal fratello gemello Luciano.


Per Belmonte la pittura non è solo libero esercizio, passione, hobby. E’ molto di più. Rapimento, trasalimento, capacità visionaria di chi conosce gli strumenti, li gestisce e prova ad adattarli alla propria natura. Un territorio dove l’immaginario incontra la possibilità, incline a richiami non di luogo, o di spazio, ma di suggestioni, presagi, avvertimenti che si annunciano, affacciano, spingono, agitate da quel vento che porta il proprio sentire nelle cose più amate, e le anima, le fa palpitare e le eleva al di sopra di ogni altra manifestazione ordinaria e cosciente.



da IL PIACERE DELLE QUALITA’ di padre Tarcisio Manta


La fantasia in Belmonte resta spontaneamente provocata dalla vista di un oggetto, di un volto o di uno spettacolo naturale, laddove un altro non si accorge neppure di quanto gli sta sotto gli occhi.

Certe passioni e certe voglie non stanno nel DNA di ognuno di noi? Il Belmonte non ha frequentato scuole d’ arte, non si è preoccupato di acquisire certe tecniche da cui alcuni non sanno prescindere. Ha solo tranquillamente coltivato il vizio del pittore inizialmente da “dilettante” forse anche sollecitato dalle opere di suo padre che facevano bella mostra di se sulle pareti di casa. L’ altra sua preoccupazione saggia è stata quella di nutrire l’ occhio e la mente guardando e interiorizzando la bellezza che sprigiona dalle opere d’ arte dei grandi maestri antichi e moderni. Il Belmonte, almeno da cinque anni a questa parte, non si è sottratto agli inviti di chi ci teneva a far conoscere gli esiti della sua produzione pittorica, che riteneva sicuramente valida. Non gli sono mai mancati estimatori intelligenti che hanno amato quanto lui va facendo. Credo che il Belmonte, a dispetto di certo suo sano pudore, abbia abbandonato gli indugi, per concedersi alla maturata consapevolezza che la professione del pittore gli si addice, appartiene alla sua personalità, come un modo di essere, un modo tutto suo di vedere lo spettacolo del mondo e un bisogno, pure tutto suo, di fermarlo sulla superficie di una tela.

Se infatti cammini con lui sei sorpreso dal suo fermare intensamente lo sguardo su un punto preciso di un paesaggio che gli sta di fronte. E, come se applicasse un filtro, cerca di immaginare già come si potrebbe configurare sulla tela quel dato natura da cui e stato suggestionato. E’ facile notare come l’ occhio del Belmonte è focalizzato preferibilmente sul paesaggio, o forse su brandelli di questo; come realtà ingrandita, zummata, più godibile, saturazione di forma e di colore.

Il Belmonte si sente certamente debitore di qualche maestro in particolare, o forse di tutti quelli sulle cui opere si sono soffermati i suoi occhi ricevendone impulso per il suo lavoro e non poche opportunità per educare ed affinare il suo senso estetico e il suo mestiere. I risultati di questa sua attenzione e riflessione sul “problema del dipingere” sono oggi sotto gli occhi di quanti riescono a leggere questi saggi della sua produzione pittorica più recente. Che piacciano o no, rappresentano gli esiti di un serio esercizio artistico attraverso il quale il Belmonte intende meglio precisare a se stesso prima che agli altri, la sua visione del mondo. Sono contrassegnati questi lavori da una grande sicurezza nell’ uso del colore e in una più precisa focalizzazione del pezzo di realtà che più lo intriga e rappresenta il suo universo. E mi pare pure che non manchino di personalità, e diciamo pure francamente, di parecchia originalità. Bisognerebbe infatti ricorrere solo a delle ipotesi per trovare dei collegamenti con precedenti analoghi.belmonte_scoglio_rosso

Sono senza dubbio l’ espressione di una sensibilità tutta moderna in quella sintesi armoniosa tra dato compositivo e intervento del colore che a volte è quasi aggressivo, e altre volte come passato al filtro di una più lunga riflessione, più dosato e più delicatamente posato sulla tela. L’ uso di certi grumi di colore in qualche quadro dai toni piu’ forti crea un’ atmosfera sospesa con quella luce quasi notturna che è come un invito ad accostare l’occhio ad entrare quasi in quell’ angolo di natura come in un luogo dell’ anima. Tagli di paesaggi inediti e persino arditi, da espressionismo spinto, ma che attraverso il colore ritrovano una loro architettura equilibrata, gradevolissima per l’ osservatore paziente e non frettoloso e superficiale. Come se fosse necessario a volte seguire il suo processo, che se è rapido quasi sempre nella esecuzione, è lungo quando va a ridisegnarsi e a ricomporsi dentro la camera oscura del suo occhio, quello che è il lato sotto osservazione.

Non è raro perciò che il Belmonte ritorni a riguardarsi quel frammento di natura dal quale è stato improvvisamente suggestionato. E’ il bisogno di chiarire dei dettagli perché quel disegno e quella forma corrisponda più esattamente alla sua visione interiore. E’ facile notare come il suo occhio si posa più volentieri sul paesaggio che tanto più lo interessa se scorge qualche sentiero che sale.


Qualcuno farà caso come la figura, a cui va pure la sua attenzione non passa attraverso lo stesso trattamento del paesaggio. E’ come se fosse costruita con una trama disegnativa più decisa e forte. Le sue teste in genere, si presentano con la caratteristica di una solidità più marcata, di una plasticità più grave ed esuberante, tanto da sembrare costituite e bloccate in una intelaiatura di contorni forti e neri, da antica vetrata. Vado errato se nelle figure del Belmonte ci trovo abbastanza Rouault da cui io stesso agli inizi, per un certo tempo, sono stato sedotto per via di quella carica spirituale contenuta nella sua sfera e per quella perentorieta’ globale con cui ti senti sbattere in faccia verità drammatiche ed al tempo stesso, umanissime. Sono in riflessione e piene di pensieri le figure del Belmonte; guardano lontano e chissà cosa vedono con quegli occhi grandi e melanconici.


Il Belmonte, per chi lo conosce, è persona amabile, garbata oltre che riservata. Se oggi decide di farsi conoscere come pittore presentandosi al pubblico attraverso queste opere, è perché è diventato con buona ragione consapevole di poterlo fare senza tante remore e con buone credenziali. Non è presunzione la sua, ma responsabile presa di coscienza che creare queste situazioni è farsi obbligo pubblicamente di continuare a coltivare e far maturare sempre più quelle qualità che ci troviamo tra le mani come doni venuti dal cielo.


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CONTEMPLAZIONE E ARMONIA



Nell’universo dell’arte c’è ancora chi crede nella magia dei colori.

Le suggestioni pittoriche di Belmonte raggrumano, nel groviglio metrico, una massa che trafigge gli azzurri del cielo. Prevalgono i paesaggi della sua terra, la Lucania: con una sequenza di pennellate, realizza un tracciato essenziale di piani attraverso l’uso del colore. Da una concitata stesura cromatica estrae luci, quasi un vortice materico che afferma e delinea la struttura dei paesaggi. Nel dipinto infonde lo spessore profondo dell’atmosfera emanata dalla contemplazione del reale e che riempie lo spazio bianco della tela.

Nel dipingere la natura del territorio, in cui manca la figura umana, lasciando prevalere la geometria delle forme (rettangolo o triangolo), si nota una segreta necessità visiva che penetra con la forma negli spazi e ne ricompone la spazialità della legge pittorica. Sono composizioni in cui è impressa la purezza di un lembo di cielo o una lingua d’acqua che ricompone l’armonia della geometria di una casa.

Queste suggestioni provengono da una lettura dei dipinti di Belmonte: guardando la prospettiva di una strada che si perde nell’orizzonte viene spontaneo pensare alla campitura di rossi che formano, impastati, un prato di papaveri, soffermandosi ad annunciare, con una larga pennellata, l’architettura di una casupola di campagna nella essenzialità prospettica. Con ampie campiture, senza disperdersi in falsi riflessi, egli estrae dal colore una luce asciutta e pura, un addensamento di toni che si dipanano, serrati, tra le parti non finite e che aiutano a dimostrare come l’opera nasca, meditata, su un’ossatura precisa.

Una fusione di verde dà respiro ad una scaglia di rosso. Questo non è mestire: è sapere riconoscere la giusta armonia che il colore può dare, come quando si coglie nella composizione una visione di bianco-calce che evidenzia un lato della forma.

Nell’armonizzare i colori, Belmonte costruisce e fa vibrare l’anima, realtà che molto spesso si evita perchè guidati da una aridità superficiale. L’equilibrio tra spazio e pittura giova ad una forza interiore che, per l’artista, è la sensibilità che suggerisce l’opera.

S’inerpica, così, la favola delle cromie verso l’infinito: l’attenzione che si intuisce è nel riflesso gessato che ingrigia e sfuma il paesaggio; sono le diverse sfaccettature che danno alle composizioni il segno delle stagioni, l’alternarsi dei valori, che rendono vivace una sagoma di cipresso, che chiude un angolo di campo, stemperando i bruni autunnali.

Una segreta necessità rende l’evolversi pittorico di un realismo mistico - espressionistico di grande suggestione, componendo motivi che fanno pensare alla sua terra, facendo esplodere ritmi poetici.




Franco Palumbo

 
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