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SONO
UNA TRENTINA I DIPINTI AD OLIO CHE HANNO PER TEMA IL PAESAGGIO.
L’AUTORE PRENDE SPUNTO DA QUELLO LUCANO, INTRAVISTO O SCHIZZATO SUL
CAMPO. SULLA TELA LO MODIFICA RE-INVENTANDOLO. ALLA COMPOSIZIONE
EQUILIBRATA, DALLE CROMIE CALDE E DI TERRA, CONFERISCE UNA
DINAMICITA’ CHE ACCELERA IL RITMO DELLE PENNELLATE CON UNA SERIE DI
TRATTAMENTI E PATINATURE DALL’ESITO QUASI MAI PREVEDIBILE.
LA
FIGURA FEMMINILE E’ INVECE SINTETIZZATA IN TRE VOLTI ENIGMATICI,
SEGNATI DA CONTORNI MARCATI.
PASQUALE
BELMONTE ESPONE PER LA PRIMA VOLTA A MATERA. DIVERSE LE SUE PERSONALI
TENUTE A POTENZA, CITTA’ DOVE E’ NATO, A PARTIRE DAL 1994.
NUTRITO E’ ANCHE IL CALENDARIO DELLE PARTECIPAZIONI A RASSEGNE E
COLLETTIVE, L’ULTIMA DELLE QUALI IN CINA A YIWU, ALL’INTERNATIONAL
CULTURE HALL 2008, SU INVITO DELLA GALLERIA TEKNE’.
ALLA
VERNICE PORTERA’ I SALUTI IL PRESIDENTE DEL CIRCOLO “LA
SCALETTA” NICOLA RIZZI. INTERVERRANO FRANCO PALUMBO,
PADRE TARCISIO MANTA E PIERO RAGONE AUTORI DEI TESTI
DEL CATALOGO DELLA MOSTRA, ILLUSTRATO DA MARIO ANNUNZIATA.
LA
MOSTRA “BELMONTE – OPERE 2000-2007” RIMARRA’ APERTA FINO AL
31 MAGGIO PRESSO LA SEDE DEL CIRCOLO “LA SCALETTA”. INGRESSO
LIBERO.
Sintesi
di CINETICA DELL’ASTRAZIONE di Piero
Ragone
La
raccolta di dipinti ad olio che Belmonte espone per la prima volta a
Matera, nella sede del prestigioso circolo culturale “La Scaletta”,
nel cuore dei Sassi, è il frutto della verve più
recente. Anche se l’arco temporale rappresentato abbraccia gli
ultimi sette anni. Tante le novità che, senza contraddire le
inclinazioni metafisiche e morandiane per cui si era già
fatto notare, si annunciano come “naturale evoluzione”, di
esigenze espressive che cercano di assecondare altri bisogni e
guardano in altre direzioni.
Il
soggetto principe rimane il paesaggio. Ma confermati
l’impianto compositivo e l’andamento lineare di orizzonte e
verticale, cambiano ora i tagli, le dimensioni, l’aggregazione con
altri corpi aggiunti, come la comparsa di finestre, rigorosamente
bandite fino a pochi anni fa dai corpi edilizi. Ma soprattutto cambia
la luce, mutano i colori e la tecnica che da mista si fa “complessa”.
Non vi è centimetro, che risulti immacolato nella cromia
d’origine. Negli ultimi quadri, interventi e patinature – che
pure non sono mai mancati - differiscono per consistenza e resa. Da
pelle, accadimento, involucro di contenimento, finitura lucida o
trasparente, si consolidano in ricercato, voluto, ed evoluto
“trattamento della materia pittorica”. Non più
quindi velatura, alone, protezione, ma decisivo elemento di
partecipazione cinetica al risultato estetico: filtro, lente,
tramite, chiave di volta. Lì dove il pennello ha esaurito la
sua funzione, comincia l’azione di saldatura, levigatura,
abrasione, mescolamento dei campi cromatici. E ancora ritocchi,
“carezze”, scrostature, punteggiature che si scambiano tra
ombre e chiarori, accensioni e fughe. Il movimento rotatorio e il
calore dei “vortici”, che spalmano cera e altri intrugli,
sembra centrifugare tratteggi e piccoli segni. Gli schizzi perdono la
casualità e vanno ad occupare un posto preciso, quasi avessero
un ruolo assegnato, che diventa poi definitivo e imprescindibile,
sposati alle “morsure” degli strati di colore, a quei
trascinamenti, alle gemmazioni che spaginano mutazioni
a profusione. L’integrazione col dipinto è stupefacente e
assolutamente irripetibile nella sua ricchezza di variazioni e
fusioni, fantastiche e iridescenti. E qui tocchiamo un’altra delle
variabili che rendono manifesto se non un giro di boa, almeno una
correzione di timone nella tavolozza di Belmonte. Come non
sottolineare i notturni dai rossi invadenti, abbinati col blu e una
gamma intermedia di azzurri e celesti che si contendono acque e
cieli. Mentre i verdi – ma quanti se ne possono contare in questa
mostra? – escono dalle ombre e guadagnano in luminosità,
freschezza, vigore, partecipando ad un nuovo chiarore, ad una
nitidezza che sa di primavera, di erba bagnata, di colline in
vegetazione, di cespugli odorosi. Per non dire di gialli, salmone,
violetti non solo in punta di pennello. E la tentazione di perdersi
nel tripudio, negli artifici che le interferenze cromatiche
scatenano, fino a ridursi a macchie informi, dove non è più
necessario indovinare i luoghi o le cose?
Immaginiamo
il viaggio, le metamorfosi dalle ricognizioni “en plain air”
alla chiusura in cornice di tutti quei soggetti, quegli scorci,
quegli angoli che appartengono più alla visionarietà di
Belmonte che al vero. Alberi, casolari, stradine, campagne, sponde,
bordure di orizzonte esistono nella realtà fisica, nel
panorama della visione concreta: il pittore li vede, li sceglie, li
memorizza, li scorpora. Poi li traspone, li trasferisce sul supporto
e li decontestualizza. Li astrae, li rende essenziali,
convertendoli in macchie, linee, segni con i quali imbastire un
gioco, un discorso, un confronto, una lotta serrata dagli esiti mai
prevedibili.
Rispetto
alla figura, Belmonte mette le mani avanti. C’è poco da
inventare – afferma, mentre pensa a Modigliani. I suoi ritratti
sono più “sofferti” e meno ”di getto”. Mai
improvvisati, cambiano aspetto di continuo; quando non sono
addirittura “cancellati”. Risolti in un paesaggio o in una
differente visione. I tre volti femminili in mostra sembrano quasi
imbarazzati da tanto interesse. Avrebbero preferito rimanere in
incognito. A malapena dissimulano il disagio, l’imbarazzo, o
l’arguzia per essere stati chiamati in causa. Un falso timore,
svanito in altre e più impegnative prove. Nel caso di
interpretazioni di scene sacre o in alcuni intriganti autoritratti,
subito contesi dal fratello gemello Luciano.
Per
Belmonte la pittura non è solo libero esercizio, passione,
hobby. E’ molto di più. Rapimento, trasalimento, capacità
visionaria di chi conosce gli strumenti, li gestisce e prova ad
adattarli alla propria natura. Un territorio dove l’immaginario
incontra la possibilità, incline a richiami non di luogo, o di
spazio, ma di suggestioni, presagi, avvertimenti che si annunciano,
affacciano, spingono, agitate da quel vento che porta il proprio
sentire nelle cose più amate, e le anima, le fa palpitare e le
eleva al di sopra di ogni altra manifestazione ordinaria e cosciente.
da
IL PIACERE DELLE QUALITA’
di padre Tarcisio Manta
La
fantasia in Belmonte resta spontaneamente provocata dalla vista di un
oggetto, di un volto o di uno spettacolo naturale, laddove un altro
non si accorge neppure di quanto gli sta sotto gli occhi.
Certe
passioni e certe voglie non stanno nel DNA di ognuno di noi? Il
Belmonte non ha frequentato scuole d’ arte, non si è
preoccupato di acquisire certe tecniche da cui alcuni non sanno
prescindere. Ha solo tranquillamente coltivato il vizio del pittore
inizialmente da “dilettante” forse anche sollecitato dalle opere
di suo padre che facevano bella mostra di se sulle pareti di casa. L’
altra sua preoccupazione saggia è stata quella di nutrire l’
occhio e la mente guardando e interiorizzando la bellezza che
sprigiona dalle opere d’ arte dei grandi maestri antichi e moderni.
Il Belmonte, almeno da cinque anni a questa parte, non si è
sottratto agli inviti di chi ci teneva a far conoscere gli esiti
della sua produzione pittorica, che riteneva sicuramente valida. Non
gli sono mai mancati estimatori intelligenti che hanno amato quanto
lui va facendo. Credo che il Belmonte, a dispetto di certo suo sano
pudore, abbia abbandonato gli indugi, per concedersi alla maturata
consapevolezza che la professione del pittore gli si addice,
appartiene alla sua personalità, come un modo di essere, un
modo tutto suo di vedere lo spettacolo del mondo e un bisogno, pure
tutto suo, di fermarlo sulla superficie di una tela.
Se
infatti cammini con lui sei sorpreso dal suo fermare intensamente lo
sguardo su un punto preciso di un paesaggio che gli sta di fronte. E,
come se applicasse un filtro, cerca di immaginare già come si
potrebbe configurare sulla tela quel dato natura da cui e stato
suggestionato. E’ facile notare come l’ occhio del Belmonte è
focalizzato preferibilmente sul paesaggio, o forse su brandelli di
questo; come realtà ingrandita, zummata, più godibile,
saturazione di forma e di colore.
Il
Belmonte si sente certamente debitore di qualche maestro in
particolare, o forse di tutti quelli sulle cui opere si sono
soffermati i suoi occhi ricevendone impulso per il suo lavoro e non
poche opportunità per educare ed affinare il suo senso
estetico e il suo mestiere. I risultati di questa sua attenzione e
riflessione sul “problema del dipingere” sono oggi sotto gli
occhi di quanti riescono a leggere questi saggi della sua produzione
pittorica più recente. Che piacciano o no, rappresentano gli
esiti di un serio esercizio artistico attraverso il quale il Belmonte
intende meglio precisare a se stesso prima che agli altri, la sua
visione del mondo. Sono contrassegnati questi lavori da una grande
sicurezza nell’ uso del colore e in una più precisa
focalizzazione del pezzo di realtà che più lo intriga e
rappresenta il suo universo. E mi pare pure che non manchino di
personalità, e diciamo pure francamente, di parecchia
originalità. Bisognerebbe infatti ricorrere solo a delle
ipotesi per trovare dei collegamenti con precedenti analoghi.
Sono
senza dubbio l’ espressione di una sensibilità tutta moderna
in quella sintesi armoniosa tra dato compositivo e intervento del
colore che a volte è quasi aggressivo, e altre volte come
passato al filtro di una più lunga riflessione, più
dosato e più delicatamente posato sulla tela. L’ uso di
certi grumi di colore in qualche quadro dai toni piu’ forti crea
un’ atmosfera sospesa con quella luce quasi notturna che è
come un invito ad accostare l’occhio ad entrare quasi in quell’
angolo di natura come in un luogo dell’ anima. Tagli di paesaggi
inediti e persino arditi, da espressionismo spinto, ma che attraverso
il colore ritrovano una loro architettura equilibrata, gradevolissima
per l’ osservatore paziente e non frettoloso e superficiale. Come
se fosse necessario a volte seguire il suo processo, che se è
rapido quasi sempre nella esecuzione, è lungo quando va a
ridisegnarsi e a ricomporsi dentro la camera oscura del suo occhio,
quello che è il lato sotto osservazione.
Non
è raro perciò che il Belmonte ritorni a riguardarsi
quel frammento di natura dal quale è stato improvvisamente
suggestionato. E’ il bisogno di chiarire dei dettagli perché
quel disegno e quella forma corrisponda più esattamente alla
sua visione interiore. E’ facile notare come il suo occhio si posa
più volentieri sul paesaggio che tanto più lo interessa
se scorge qualche sentiero che sale.
Qualcuno
farà caso come la figura, a cui va pure la sua attenzione non
passa attraverso lo stesso trattamento del paesaggio. E’ come se
fosse costruita con una trama disegnativa più decisa e forte.
Le sue teste in genere, si presentano con la caratteristica di una
solidità più marcata, di una plasticità più
grave ed esuberante, tanto da sembrare costituite e bloccate in una
intelaiatura di contorni forti e neri, da antica vetrata. Vado errato
se nelle figure del Belmonte ci trovo abbastanza Rouault da cui io
stesso agli inizi, per un certo tempo, sono stato sedotto per via di
quella carica spirituale contenuta nella sua sfera e per quella
perentorieta’ globale con cui ti senti sbattere in faccia verità
drammatiche ed al tempo stesso, umanissime. Sono in riflessione e
piene di pensieri le figure del Belmonte; guardano lontano e chissà
cosa vedono con quegli occhi grandi e melanconici.
Il
Belmonte, per chi lo conosce, è persona amabile, garbata oltre
che riservata. Se oggi decide di farsi conoscere come pittore
presentandosi al pubblico attraverso queste opere, è perché
è diventato con buona ragione consapevole di poterlo fare
senza tante remore e con buone credenziali. Non è presunzione
la sua, ma responsabile presa di coscienza che creare queste
situazioni è farsi obbligo pubblicamente di continuare a
coltivare e far maturare sempre più quelle qualità che
ci troviamo tra le mani come doni venuti dal cielo.
CONTEMPLAZIONE
E ARMONIA
Nell’universo
dell’arte c’è ancora chi crede nella magia dei colori.
Le
suggestioni pittoriche di Belmonte raggrumano, nel groviglio metrico,
una massa che trafigge gli azzurri del cielo. Prevalgono i paesaggi
della sua terra, la Lucania: con una sequenza di pennellate, realizza
un tracciato essenziale di piani attraverso l’uso del colore. Da
una concitata stesura cromatica estrae luci, quasi un vortice
materico che afferma e delinea la struttura dei paesaggi. Nel dipinto
infonde lo spessore profondo dell’atmosfera emanata dalla
contemplazione del reale e che riempie lo spazio bianco della tela.
Nel
dipingere la natura del territorio, in cui manca la figura umana,
lasciando prevalere la geometria delle forme (rettangolo o
triangolo), si nota una segreta necessità visiva che penetra
con la forma negli spazi e ne ricompone la spazialità della
legge pittorica. Sono composizioni in cui è impressa la
purezza di un lembo di cielo o una lingua d’acqua che ricompone
l’armonia della geometria di una casa.
Queste
suggestioni provengono da una lettura dei dipinti di Belmonte:
guardando la prospettiva di una strada che si perde nell’orizzonte
viene spontaneo pensare alla campitura di rossi che formano,
impastati, un prato di papaveri, soffermandosi ad annunciare, con una
larga pennellata, l’architettura di una casupola di campagna nella
essenzialità prospettica. Con ampie campiture, senza
disperdersi in falsi riflessi, egli estrae dal colore una luce
asciutta e pura, un addensamento di toni che si dipanano, serrati,
tra le parti non finite e che aiutano a dimostrare come l’opera
nasca, meditata, su un’ossatura precisa.
Una
fusione di verde dà respiro ad una scaglia di rosso. Questo
non è mestire: è sapere riconoscere la giusta armonia
che il colore può dare, come quando si coglie nella
composizione una visione di bianco-calce che evidenzia un lato della
forma.
Nell’armonizzare
i colori, Belmonte costruisce e fa vibrare l’anima, realtà
che molto spesso si evita perchè guidati da una aridità
superficiale. L’equilibrio tra spazio e pittura giova ad una forza
interiore che, per l’artista, è la sensibilità che
suggerisce l’opera.
S’inerpica,
così, la favola delle cromie verso l’infinito: l’attenzione
che si intuisce è nel riflesso gessato che ingrigia e sfuma il
paesaggio; sono le diverse sfaccettature che danno alle composizioni
il segno delle stagioni, l’alternarsi dei valori, che rendono
vivace una sagoma di cipresso, che chiude un angolo di campo,
stemperando i bruni autunnali.
Una
segreta necessità rende l’evolversi pittorico di un realismo
mistico - espressionistico di grande suggestione, componendo motivi
che fanno pensare alla sua terra, facendo esplodere ritmi poetici.
Franco
Palumbo
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