"I bambini beneducati", Gaia de Beaumont e l'educazione nell'alta borghesia romana degli anni '50

 

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“«I bambini beneducati vanno visti e non sentiti» dicevano sempre i miei genitori e anche il nonno, la nonna, le zie, la governante guardandomi dritto negli occhi mentre avvicinavano la loro smisurata faccia alla mia. Gli amici di mammà e papà che passavano per casa, lo lasciavano intendere. Non credo che la pensassero così, né il cuoco, né le due cameriere o il maggiordomo, tantomeno il portiere, il cane o il pesce rosso perché avevano simpatia per me e si sentivano piuttosto turbati dalle strane regole di una formazione così rigida e tanto diversa da quella dei loro figli e nipoti”.

I bambini beneducati (Marsilio, Romanzi e racconti) di Gaia de Beaumont è un collage di esperienze di una bambina dell’alta borghesia romana negli anni Cinquanta e Sessanta. Madre italiana, papà francese, una governante scozzese, una casa enorme, un castello in Normandia, lezioni di danza e di equitazione: il micromondo in cui cresce la piccola è questo, tanta disciplina e poca naturalezza, spontaneità messa al bando e soffocata. Il tutto, complice la mamma, “(…) una donna strana. Intelligente, istintiva, infantile e con un pessimo, pessimo carattere. A volte buffa, a volte perfida aveva capito che il mondo ci teneva a essere amato – se per questo anche lei – ma non riuscendo a farlo si dedicava al suo esatto contrario. L’unica salvezza nella vita

era quella di esagerare continuamente. In quel modo puerile e dipendente, avrebbe avuto una perfetta misura di controllo. Guardami ti prego, amami, ti odio.”

L’importanza dell’apparenza, l’ossessione per l’etichetta (“Quando ci si chiama come ti chiami tu... è stata la prima regola che ho sentito oppure ho creduto di sentire. Un comandamento o un insieme di parole proferite con lo stesso tono perentorio e solenne che Dio avrà usato con Mosè sul monte Sinai.”), la disciplina ferrea  scandiscono le giornate della piccola il cui comportamento è lontano anni luce da quello dei suoi coetanei di oggi.

La società nella quale vive è divisa, dai familiari, due categorie: i Qualcuno e i Nessuno. I primi: splendidi qualsiasi cosa facessero. I secondi: spesso brutti e villanzoni. Lo scopo per una ragazza “con quel cognome” era di fare un ottimo matrimonio in modo da raddoppiare magistralmente il patrimonio di famiglia decimato dalle tasse.  Entrambe le nonne − in modo diverso − sostenevano con furia energica che per una fanciulla la via “dell’arte” non avrebbe mai portato fortuna: per la felicità

non esiste una strada più prudente del matrimonio e della maternità.

Lo stile di Gaia de Beaumont alterna la rigidità e la pomposità di un mondo a parte, quello in cui la bambina vive, all’ironia delle situazioni paradossali che riescono a rendere ridicole tutte quelle regole – molte non scritte – che gli adulti si affannano a farle seguire.

Gaia de Beaumont vive a Roma. Ha pubblicato Collezione Privata (Rizzoli 1980), Un venditore di Inchiostro (Frassinelli 1983), Bella (Frassinelli 1985), Care Cose (Frassinelli 1987), la cui edizione tascabile è uscita per Marsilio (1997). Con Marsilio ha pubblicato Scusate le ceneri (biografia romanzata di Dorothy Parker, 1993), riproposto nei tascabili (1995), Ghiaia (1996), Vogliamoci male (1997), La bambinona (2001), Tra breve io ti scorderò, mio caro (biografia di Edna St. Vincent Millay, 2004). Per Gallo&Calzati ha pubblicato Il pomodoro dell’inconscio (2003). Ha tradotto dall’inglese Fanny Hill di John Cleland nel 2001, pubblicato nei Grandi Classici tascabili Marsilio. Ha collaborato a quotidiani e settimanali, lavorato come sceneggiatrice e ghost writer. Per molti anni non ha più scritto. Ora, ci ha ripensato.

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